lunedì 29 giugno 2026

martedì 7 aprile 2026

Mostra - Venezia “Formarsi trasformarsi eterno gioco dell'eterna mente". (Goethe, Faust II) - Per Henry Corbin.

È uno degli ultimi lavori, nati dal mio incontro con la tradizione orientale, che mi arriva dagli studi di Henry Corbin sul Sufismo e il pensiero persiano. Al centro c'è la ricerca di una declinazone non oggettuale della soggettivtà e di un Io depotenziato (in termini alchemici che abbia attraversato la necessaria autocritica dello stato di Nigredo) e in grado di aprirsi all'oltre. Una rottura che interrompa, inverta il tragitto lasciando collassare il gioco sterile, cui siamo stati abituati fin dalle elementari, delle potenze opposte che ci attraversano. Da qui può nascere un diverso modo di sapersi "io", l'esperienza della Luce, quella di un "formarsi, trasformarsi. Eterno gioco della eterna mente", come scrive Goethe nel Faust.

È stato esposto durnte la mostra "Metafore di Altrove" alla galleria "Visioni Altre" di Adolfina de Stefani, con la presentazione, al vernissage, di Davide Susanetti, Venezia aprile 2026 

"Fili d'erba, onde che si frangono, ritmi che si accordano, particelle che vorticano, turbini ordinati del caos" (Daivide Susanetti, Vertigine della Soglia. Ferite, passaggi, metamorfosi, ed.Tlon, 2025, Roma)


“FORMARSI, TRASFORMARSI, ETERNO GIOCO DELL’ETERNA MENTE (Goethe Faust II)  
Per Henry Corbin 
Olio, pastelli ad olio, su tela, cm 40x40

"Come il fiammifero contiene potenzialmente il fuoco, noi conteniamo il Divino dentro di noi; è la nostra natura. Solo coloro che possono vedere sono liberi. Il cielo stellato ci ricorda la nostra posizione nel creato; uno sguardo all'ordine delle costellazioni riequilibra la mente. Nella nostra vita soffriamo in proporzione a quanto il nostro stile di vita è lontano da quello celeste. Più si entra in profondità nel cammino, più la vita mondana si rivela incompatibile con la Via. Anche i cuori delle persone che compongono il nostro ambiente non possono fare a meno di avvertirlo sentendosi a disagio quando vengono a contatto con un cuore che sempre più sprofonda nella vita vera. L'unico modo per essere assolutamente felici è fondere la propria personalità con l'essere divino che è dentro di noi. Più ci avviciniamo a Dio, più assaporiamo l'indipendenza, la maestosità, la generosità, l'amore. Chi ha visto la verità diventa innamorato, radicale, sincero, ruggente".
Burhanuddin Herrmann
(maestro sufi)

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giovedì 26 febbraio 2026

Due Ore. Creatività Femminile. Incontro di poesia e altre Arti



Per lo sfondo dell'invito un particolare del mio Lo Sguardo, in sette quadri, quadro II, olio, acrilico, acquarello, su tela



 

giovedì 25 dicembre 2025

"Enigma" Libro d'artista 2022

Tempo fa avevo preparato questo libro d'artista per una mostra organizzata dagli amici di Linea d'arte Officina Creativa a Napoli, ma poi niente, è sparito, forse perduto forse nascosto sotto qualche pila di libri. Spero che prima o poi riemerga.









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martedì 19 agosto 2025

Mostra Spazio Mesia Ti segno settembre 2024

ll filo rosso della Creazione

Le immagini si sono concretizzate all’occhio della mente mentre leggevo alcuni passaggi del Timeo di Platone, quelli in cui il filosofo descrive la creazione del cosmo e della sua anima. Il Timeo è un libro in molta parte pitagorico, raccoglie il sapere di Pitagora erede anche della Grecia arcaica, quella dei filosofi sovrumani, come li chiamò Giorgio Colli, che a partire da loro ripensò la filosofia occidentale. 

Il linguaggio di Platone è mitologico, immaginifico, e il suo sguardo è lucidamente scientifico. Attraverso il mito ci svela il segreto del mondo e della sua visione.

Il dio - narra Platone - creò separatamente il corpo del tutto e quello dell’anima, dell’uno e dell’altro fece due matasse che poi impastò insieme, in modo tale da ottenere un’unica grande matassa omogenea formata dagli stessi elementi (Fig.1). In seguito pensò di dividere l’impasto secondo certe proporzioni e quantità derivate dal ritmo e dalla musica, allora protuberanze cominciarono a formarsi dalla grande matassa e pian piano presero a staccarsi e a circolare ciascuna per proprio conto nello spazio, secondo il posto appropriato (geeignet) alle loro qualità e quantità (Fig.2), sicché non ci fu particella corporea che non avesse anima e non ci fu anima che non avesse corpo: Tutto era colmo di cose e rapporti reciproci, collegamenti e rispecchiamenti, dalle stelle ai movimenti dei cieli, dai minerali alle piante all’uomo.  La vita era ovunque, nelle pietre, nei cieli, in tutti gli elementi e in tutte le cose, un filo rosso attraversava ogni cosa.

Secoli dopo Serveto scriverà che lo Spirito di Dio si materializza costantemente e con ciò la materia si spiritualizza: Cristo testimonia rappresenta e attivizza in ciascun uomo la coscienza atta a cogliere ciò (dal saggio di Daniela Boccassini La luce interiore, in Vita Nova, Quaderni di Studi Indo-Mediterranei, xiv, 2022, p.316, ed WritghtUp).

Platone ha un bel modo di narrare di quel filo rosso che raccolse dal sapere antico e consegnò nei secoli all’umanità. Ancora nella prima metà del 1900 Heidegger ci indicava nella gettatezza il campo magnetico in cui uomo e natura sono chiamati a vivere in reciproca coappartenenza tra il cielo la terra i divini e i mortali. Paul Klee, le cui tele Heidegger "lesse" con vivo interesse, negli appunti per le lezioni al Bauhaus, scriveva che “nel cerchio più alto, dietro la molteplicità, c’è un ultimo segreto, e la luce dell’intelletto scompare miseramente”, e che a questo segreto è destinato l’uomo e l’artista, il quale deve essere consapevole di appartenere ad una realtà molto più ampia di quella visibile, e anche a tre ordini diversi, quello della realtà immediata, quello del radicamento nel “comune terrestre” che sale dalla Terra, e quello delle affinità cosmiche, che scende dall’alto del cielo.

Il filo rosso fu spezzato, più e più volte, l’umanità è oggi di fronte ad uno di quei tempi in cui più duramente le cose si smembrano si fuggono ci sfuggono e sembrano precipitare. Nel momento più cupo nasce ciò che salva, diceva Hölderlin nella poesia Patmos.

Sarà così anche questa volta? Come si configura il nostro compito di artisti, ora?

 




                                       Figura 1


                                    Figura 2



                               Platone Timeo




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sabato 16 agosto 2025

Fernanda Mancini "Episodio tre. In sette movimenti" edizioni Il Bulino, 2025 - Finalista al Premio Montano 2023

Episodio tre è la raccolta di sette scritti, un po' racconti brevi o brevissimi, un po' di Tao, quache pensiero errante e un paio di poesie. Alcune riguardano il mito di Apollo e Dafne ambientandolo, com'è pure verosimile che sia, tra Atene ed Eleusi, riconsiderato alla luce dello sguardo introspettivo, consapevole dei benefici che delusioni e sconfitte possano apportare, e così che forgiato si ritrae in sé, e ancor prima di cercare all'esterno il colpevole, si volge ad un esame attento e indifeso del suo proprio mondo interiore. E poi c'è la storia del Mago di Zurigo, alias Jung; quella di un kafkiano rocchetto che rotola senza trovare pace attraverso la storia; la soglia misteriosa che sorregge la porta di un lago, e altro ancora.
Ringrazio Roberto Giardina per la generosa postfazione e gli amici Antonio Padula Francesca Pioppi Edoardo Silvestroni Maria Grazia Monaco, che hanno condiviso con me impressioni e commenti alla lettura libro. Publico in ordine di arrivo. 

Finalista al Premio Lorenzo Montano 2023

 

Postfazione di Roberto Giardina

Sinfonia di immagine e parola

Non è una raccolta di novelle, né di racconti e neppure un libro illustrato. È un libro sperimentale, stralunato. Ricorda semmai le lettere di Cocteau o i libri che Matisse realizzò lavorando sulle poesie di Mallarmé. Giusto il titolo scelto. I sette movimenti sono come tempi di una sinfonia, che possono avere indicazioni perfino opposte, da allegro con brio a lento moderato, eppure si susseguono formando un’unica opera. L’autrice si serve di forme creative diverse, dal disegno alla prosa, alla poesia, come strumenti a volte usati da un solista, violino, pianoforte, flauto, oppure insieme dai maestri di un’orchestra, ma conservano sempre la loro identità. Quella di Mancini non è mai prosa poetica, sempre da evitare, i suoi disegni non sono illustrazioni di un testo. Ne fanno parte.

Sfogliare le pagine di “Episodio tre. In sette movimenti” è come guardare uno spartito. I segni, punti rotondi e neri, lunghe linee nette, o brevi archi, sono un quadro che vi affascina, o ricordano un dagherrotipo, una realtà sfumata su una lastra di vetro. Sono note, la pagina vibra di musica, di suoni, l’avvertite anche se non l’udite. 

Con una naturalezza, difficile da raggiungere senza cedere a facili artifici, l’autrice passa dalla psicoanalisi, alla filosofia, al mito, alla fiaba. Ricorda i giochi d’infanzia, il rocchetto, il suo mago è Jung.   

Il libro può essere acquistato presso l'editore Sergio Pandolfini edizioni"Il Bulino", mail: info@ilbulinoeditore.it  - oppure presso di me, fernandamancini8@gmail.com


Giuria del Premio Montano Nota di Laura Caccia

Fernanda Mancini, Episodio due – In un movimento, Il Convivio

Forum Anterem 28.03.2026 – nota di presentazione di Laura Caccia

Fernanda Mancini ci presenta Episodio due – In un movimento, Il Convivio.

Si colloca in un episodio e in un movimento l’opera. Tra i diversi episodi e

movimenti che caratterizzano la produzione dell’autrice, impegnata in diversi

ambiti: poetico, letterario, saggistico, culturale, artistico. Qui l’episodio tiene

il punto sulla mortalità. E il movimento, di pensiero e parola, si dispiega in un

canto umano che si confronta con il mistero: «Come se l’assoluto fosse qui /

vestito di cose conosciute».

Di grande profondità il pensiero. Nei richiami heideggeriani che

l’attraversano. Con l’essere per la morte che dà titolo ad un testo. E con

tutta la riflessione che si fa poesia. Nell’interrogare il respiro delle cose. Il

destino della corporeità. La caducità umana. A partire dalla certezza di non

appartenerci. Dall’orfanità e dall’erranza della nostra condizione. E

dall’abisso sul cui orlo muoviamo i passi.

La parola di Fernanda Mancini pone l’assoluto e l’umano di fronte.

Nell’enigma. Quando «Di nessuna filosofia è la vita». Misurandosi, tuttavia,

non tanto nell’opposizione, quanto nell’interrogarsi e nell’andare verso.

«Verso qualcosa» ancora di incerto, pur essendo già noi qualcosa, come ci

ricorda. Qualcosa che sboccia come una pennellata di luce: la possibilità di

vita della pietra, il bisogno di neve, un quadro di Botticelli, la fioritura nel

deserto. La vita: «respiro unico di scintilla che ritorna / dove non era mai

partita».


Antonio Padula

Immagini nelle immagini, nelle parole, nei segni pittorici.
Dai fenomeni agli archetipi. Dai simboli ai miti. Come una linea senza termine che conduce una danza ancestrale, che solca la memoria e ci restituisce il cielo, la terra, l’acqua, l’aria, la divinità del tempo senza tempo, dell’istante in cui tutto è presente, si consuma e rinasce.                                                                                                    

Francesca Pioppi

Letto tutto d'un fiato, troppo velocemente in verità per una lettura che si richiede più meditata. Ma mi ha catturato, avvolgente come un incanto musicale. Il fascino l'incanto e la poesia del mito e del sogno, la profondità del pensiero e della psicanalisi: grande spessore come sempre le tue creazioni.                                                                   


Edoardo Silvestroni

Cara Fernanda, (...) consentimi d’iniziare, perciò, da quell’elemento introduttivo che mi sembra sia realmente fondamentale al fine di poter procedere innanzi nella disamina della tua opera, senza troppi intoppi, e, magari, anche con qualche giravolta; intendo riferirmi, cioè, a quel che scrivi nel ‘Prologo’, sotto il titolo: “Il Rocchetto”, che è anche, nello stesso tempo, il primo ‘movimento’ della ‘sonata’, con cui, com’è naturale che sia, ben presenti, e rappresenti, il tuo: ‘Episodio tre. In sette movimenti’; e, nello stesso tempo, annunciando al lettore, ma, nella sostanza, mettendolo in guardia, che, tra le altre cose, continuando ad inoltrarsi nella lettura, sarà particolarmente sorpreso di trovarsi immerso, in maniera apparente ma, sottilmente sostanziale, in un mondo ‘altro’, smisuratamente astruso e atemporale, quasi alla maniera di Escher. E solo per esordire con una prima, subitanea, impressione devo dire che salta subito agli occhi l’ardita complessità del tuo postulato, complessità che caratterizza non soltanto il ‘Prologo’ o ‘Il Rocchetto’, ma, in verità, tutto l’intero testo, tanto che lascia aperte al lettore infinite strade ed inesauribili percorsi di lettura e d’interpretazione. Nel vagliare il tuo scritto, però, ci si rende subito conto che si rischia seriamente d’impantanarsi in un inestricabile groviglio di congetture, alle quali, poi, il dare un seguito diverrebbe impresa improba, anche per il più incallito fra i critici. A questo punto, quindi, non posso far altro che superare questo iniziale intoppo e procedere oltre, ma non prima di aver fatto un passo indietro per ritrovare il capo di un filo che, sin dall’inizio, è già fin troppo attorcigliato; un passo indietro che mi porta a riconsiderare le parole di Mara Cini, quelle che anticipano il ‘Prologo’, con le quali si preannunciano, ma solo in un breve accenno, le sensazioni di simbiosi semantica fra parole e immagini con le quali volgi e capovolgi il tuo, e il nostro, ‘reale’, infine, sprofondando il lettore nell’assoluto immaginario, allo stesso tempo, pregno di una, sia pur relativa, concretezza materica. Maria Cini, in effetti, considerando il dialogo tra testo e immagini, in questa relazione, apparentemente illogica, con la quale si “costruiscono continui rimandi”, certifica che si realizzano le condizioni per quelle “sfide semantiche senza soluzioni univoche”, come ella le definisce, con ciò determinando la formulazione della domanda finale che la stessa Cini si pone, e ci pone: “ma non è anche questa una percezione falsata e, dunque, un nuovo interrogarsi sui significati?”. È, questo, un invito esplicito a praticare la ricerca dei tanti significati, per lo più, oscuri, ignoti e profondi, pur nascosti tra reminiscenze poetiche, o, meglio ancora, un sollecito sulla scorta del quale si può procedere speditamente nella ricerca non soltanto dei generici significati tout court, ma, forse, di un insieme di contenuti, seppure accomunati, concentrati e ridotti ad un solo, unico ‘significato’ profondissimo, anzi, forse il solo, unico significato idoneo a rendere l’essere umano ‘consapevole’ di sé stesso e del mondo che lo circonda, alla maniera dei tragici effetti, secondo la Bibbia, della mela colta e mangiata da Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre. In termini più espliciti e, forse, più semplici, “Episodio 3. In sette movimenti”, è un’opera che può essere considerata, per il momento, come l’ennesima tappa, forse la terza, siccome chiaramente scrivi nel titolo del libro, da quando, suppongo, di fronte all’ennesimo bivio, o trivio che sia, hai imboccato (o proseguito?) questo particolare ‘sentiero’, problematicamente praticabile. Per chi conosce, seppure poco e molto sommariamente, il tuo percorso personale, intrapreso già da qualche tempo, e vuole comprenderlo meglio senza timore di incappare in sempre possibili abbagli, si può indirizzare tranquillamente verso la nota finale del libro, quella stilata da Roberto Giardina, dal titolo: “Sinfonia di immagini e parole” in cui si riassume non certo il senso generale del tuo lavoro, ma, con illuminata ragione, la complessa semantica del tuo percorso, soprattutto, quando egli sostiene che: “...i suoi disegni non sono illustrazioni del testo ma ne fanno parte...”; e non da ora, aggiungo io. Soprattutto, ed è necessario dirlo, la magia della tua narrazione non deriva certo dalla contaminazione con il pensiero del ‘mago’ Jung (che, al più, potrebbe considerarsi appena ‘corresponsabile’) ma esclusivamente dalla tua mens poetica, dalla tua percezione estremamente aperta sul mondo che ti circonda, tutto il mondo, senza limiti, perché anche l’intero universo appare ‘caoticamente ricomposto’ nella tua semantica. Ne sono l’indiscutibile prova il rocchetto, la porta, il lago, Nam, il Mago, Apollo e Dafne, Dioniso e Pan, che, in effetti, all’interno della tua, peculiare poetica, non sono altro che semplici simboli, archetipi di un sentire molto particolare, i quali, attraverso la più intima narrazione, concorrono a dipanare non solo la tua, ma anche la nostra, coacerva matassa psicologico-culturale, movimento dopo movimento. Tutta la simbologia richiamata nel libro si riassume, in maniera quasi univoca, in quel che rappresenta il mitico Uroboro, l’animale mitologico a forma di coccodrillo o di serpente, attinente, stavolta, non più alla mitologia greca, ma a quella egizia, che rappresenta l’eternità e il cosmo assieme, il quale, mordendo la propria coda fino a formare un cerchio costituisce l’esplicitazione del tempo ciclico o, meglio ancora, dell’eterno ritorno al quale il tuo ego sembra suggerire il singolare destino. E, per entrare in maniera più precisa e decisa nel merito del tuo libro, riprendo l’avviato mio excursus con l’esprimerti, ancora una volta, la mia ammirazione per un testo davvero particolare, di cui tutte le belle immagini che lo accompagnano sono veramente parte integrante, anzi, sono parole esse stesse, tuttavia immaginate, immaginarie e immaginanti. Insomma, la cosa che mi ha più colpito, e potrebbe sembrare ovvia, è la tua bella ed erudita poetica concettuale che, a tratti, assume la forma del “flusso di coscienza”, tanto che ne risulta una litania continua nell’evocazione di quegli etimi che erompono spontanei dalla tua mente, talvolta assumendo quasi la valenza di casuali assonanze, di scarti sillabici, d’etimi concatenati, creati per amplificare il senso stesso del tuo sentire nel quale ti lasci sprofondare, trascinando con te anche il lettore. Insomma, la tua è una narrazione concettualmente poetica, trasmessa attraverso quel senso razionale e raziocinate, tuttavia emozionante e poetico, che ti caratterizza, raggiunto per canore assonanze, sfuggenti richiami lessicali, formulazioni concettuali apparentemente casuali, in cui le immagini, mischie alle parole e parole esse stesse, come già detto, contribuiscono a dilatare quegli stessi sensi, a renderli addirittura ‘concreti’ attraverso un qualsiasi riferimento, spesso marginale, che, il più delle volte serve ad indicare un cambio di direzione, un nuovo percorso mentale ed emozionale. E non è una mera sensazione che suscita, giammai univoca, ma un ammasso globulare interstellare immerso in un caos ordinato e ciclico, un linguaggio pur certamente forbito ma concentrato e concatenato che genera sempre nuove sensazioni ogni qual volta si rilegge lo stesso paragrafo, anche a distanza di pochi minuti. Ed è questa la testimonianza più chiara e tangibile del grande valore intrinseco che la tua bella opera ci dona. Infine, se, in apparenza, lo lasci soavemente sottendere, tuttavia, in realtà, espliciti chiaramente che il tuo vagabondare è un continuo e, talvolta, affannato errare per mondi e universi, i più vari, in cerca di qualcosa di cui non sai bene cosa sia ma che, almeno nel desiderio, dovrebbe essere, certamente, qualcosa di unico e fondamentale, forse, simile a quell’attesa e sospesa eternità in cui nulla finisce ma tutto si trasforma. Con la consueta ammirazione e la stessa stima di sempre.                                                                 





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mercoledì 7 maggio 2025

Scatti di Umanità ideato e curato da S.pace Me.Sia

Una bella iniziativa degli amici di Mesia dedicata ad una riflessione, che sia individuale e al tempo stesso dispiegata nell'apertura verso l'altro, organizzando, all'interno del progetto Umanità, una esposizione che raccoglie gli scatti fotografici di alcuni artisti, invitati a realizzare una foto che esprima la loro interpretazione del tema e dedicandole un breve e incisivo scritto. In due giornate ogni artista avrà così modo di parlare del suo lavoro all'interno di uno spazio-tempo dedicato esclusivamente allo scambio arricchimento e confronto di tutte quelle sfaccettature che analiticamente compongono e poi tutte insieme ricompongono il corpo del tema. Ringrazio di cuore di poter dare il mio contributo
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giovedì 3 aprile 2025

L'Alchimia e i suoi Alberi in mostra a Venezia nell'aprile 2025

A Venezia in aprile ho partecipato alla mostra “Intelligenza: ad ognuno la sua”, presso la galleria Visioni Altre curata dall'artista e vulcanica organizzatrice di momenti d'arte umanamente e socialmente  impegnata, Adolfina De Stefani. Il tema dei lavori che ho esposto è l'Alchimia, due grandi stoffe dipinte con acqurelli inchiostri e acrilici, ed alcuni lavori in formato 40x50, su carta a mano, che ho realizzato con tecnica mista, si potrebbero chiamare "Paesaggi d'anima", o forse anche fantasie metamorfiche di alberi e boschi. Va da sé che gli alberi metamorfici esprimono in altro linguaggio, lo stesso tema degli alberi alchemici, rendere visibile l'invisibile che è le cose stesse, quando le guardiamo con il giusto sguardo. La trasformazione è un processo che trasforma le cose e la nostra vita, disegnando il filo rosso che collega noi e loro e corre attraversando tutto.

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venerdì 31 maggio 2024

"Trasparenze" il mio testo sull'arte di Stefania Salvadori

Avevamo un progetto comune Stefania ed io, e l’abbiamo ancora, aprire i nostri studi per un tempo necessariamente breve (perché poi ci si torna a lavorare!) per mostrare ad amici e interessati il procedere, fermato ogni volta nella concretezza della mostra, del nostro ricercare in arte. Ma siccome lei è bravissima e infaticabile mi ha preceduta, così nel pomeriggio di sabato 1. giugno apre il suo studio per l’esposizione dei suoi ultimi lavori, titolo “Lavori di Stefania Salvadori” appunto. Abituata all’equilibrio della centratura dal lavoro di psicoanalista, per questa occasione ha prodotto anche un libro di accompagnamento ai lavori, io vi ho scritto una breve nota.

Stefania 2024 “Trasparenze”                                                         

Piccoli gesti quotidiani, drammatizzazione. Prove di espressività gestuale, linguaggio del corpo. 

Piccoli gesti quotidiani, enigmatici fascinosi, stesi a volare tra evanescenti e rarefatti bianchi di nuvola e le preziosità dell’oro e della consapevolezza, la ripetizione li salva dislocandoli nell’anfiteatro etereo di questo spazio trasformato, dove noi spettatori siamo chiamati a vivere la discesa che purifica sacrificando l’ingenuità in silenzio ammutolito e meditante. Chiamati a vivere le mille vite che siamo. A soffrire nel silenzio, patire nell’intuizione, la propria e l’umana tragedia, ma anche, e qui l’arte si fa sottile e potentemente penetrante, il senso, che appena si adombra, di un chiarore in lontananza: la trasparenza è l’arte praticata da Stefania, compatta la superficie con la profondità, ne fa una cosa sola e dalla pelle parla molto altro.                                                

Linguaggio del corpo, dicevo. Disseminati ovunque bianchi veli avvolgono ornano e piuttosto coprono, accompagnando lo scorrere di semplici gesti quotidiani, atti della vita, come Stefania li ha colti e fissati sulla tela. Accanto, nel mezzo, la molteplicità dell’io si annuncia sotto la superficie del corpo nudo, la nudità della superficie che indossiamo quotidianamente e offriamo all’evidenza ingannatrice dello sguardo, i conflitti invisibili nascosti sotto la pelle. Molte le donne con cui la nube bianca gioca, la giovane la bambina la madre e ancora lo stesso vaporoso bianco avvolge la sposa, una macchia di nero a nascondere l’assenza di volto. Tutte sembrano quasi foto di scena, fermate un attimo prima oppure dopo la rappresentazione, il che è indifferente, la rappresentazione è sempre ora, in ogni momento, e proprio perciò è anche sempre già stata. Tutte intrinsecamente figure sostanziali di questo dramma della vita che Stefania ha scritto tela dopo tela, episodio dopo episodio, nel tempo della sua vita, nei suoi umori e Erlebnisse, e che hanno la forza di uscire dalla trama solo apparentemente occasionale dell’evento personale e divenire vera rappresentazione di uno sguardo teso a cogliere nella singolarità il destino, la storia di ciascuno. 

Lo scorso anno, Stefania fissava sulle pareti di questo suo spazio d’arte (come notavo allora, luogo certo non semplice, anzi complesso di varie stratificazioni), fissava il movimento danzante dei corpi delle donne, “le forme leggere e movenze armoniose”, scrivevo nell’occasione, però “qualcosa si nasconde nei sottili stridori” che sentivo emergere da ombre nascoste in agguato, “un dolore sommesso”, che serpeggiava sprigionandosi dalla praticata arte della contrapposizione di bianco e di nero, rari gli “altri” colori, e colpita scrivevo “Osservando attentamente mi rendo conto che il lavoro dell’artista è un “mettere in scena”, e qui emerge una vicinanza, forse inconsapevole – ma non importa -, da un lato al teatro della tragedia greca, la cui forma originaria è la dedicazione, officiata con il sacrificio di un capro e dunque anche l’affinità della storia messa in scena al dio Dioniso. Dall’altro la vicinanza alla finalità catartica della tragedia: vedersi agire, attraverso gli attori “Persone” del dramma, nelle proprie intime e nascoste passioni, è portarle emozionalmente e in un lampo di esperienza alla consapevolezza, è catarsi nel senso che è il movimento per cui, nel proprio intimo, ciascun spettatore rivive i passaggi della tragedia nel contesto del proprio agire e delle proprie passioni sul palcoscenico quotidiano dei desideri, della famiglia e della città”, Dioniso, congiuntamente dio del riso sfrontato e del pianto smembrato.    

Dal conflitto, cucinato da Stefania nelle storte del suo laboratorio al piano inferiore, dove avviene il processo di creazione artistica, durante il quale la coscienza dell’artista cresce con le sue creature e la personalità ordinaria si trasforma in creatrice, da quel conflitto è ora germogliata la piena consapevolezza della forza della rappresentazione. Perciò ciascuno, a condizione di guardare con l’anima, può giustamente riconoscersi nell’uno nessuno e centomila che agisce sulla tela, esattamente come può fare, a catarsi compiuta, nella vita che conduce, e che solo l’arte sa e può stanare con un semplice gesto, un accento. I gesti sono stati trasformati da Stefania in gesta, che simbolicamente dal palcoscenico-parete si sono aperte la strada verso l’interno dell’interiorità, muovono e commuovono, attraversando la staticità dell’io-spettatore, quasi guscio ormai, scorza che sta per essere superata da una nuova consapevolezza. Il sommovimento interno al guscio porta dolore finché scatta il battito della farfalla.
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lunedì 6 maggio 2024

Alcuni miei lavori pubblicati nel libro "Registri d'arte", di Mariano Apa

Nei ciclici sommovimenti dello studio, mio luogo di ricercato e felice isolamento, gli scritti si affastellano alle cose raccolte per strada, ai lavori finiti, ai tentativi abbandonati per un altro momento, alle brutte copie delle poesie agli studi di nuove intuzioni, gli inviti alle locandine e ai libri, perché vige la regola "Non gettar via nulla!". Ogni tanto però cerco almeno di fare ordine, ma dura poco e poco è il tempo da dedicare a questa cosa, sicché quasi sempre è caos. Però è un disordine capace di sorprendermi, di donare nuovi sguardi su vecchie cose, di scoperte di affinità e legami maturati proprio lì nel miscuglio alogico del caos, che ormai è un caro amico compagno di vita. Di lì è riaffiorato un libro dove sono pubblicati alcuni studi che feci tempo fa sulla scuola d'arte di Beuron - in Baviera - e sul Canone di Lenz, ripreso da Paul Sérusier tra la fine dell'800 e l'inizio del '900. Sérusier aveva prima già incontrato Paul Gauguin e faceva parte di quella ristretta compagine di pittori che raggiungeva il Maestro a Pont-Aven in Bretagna. Dunque perciò aveva elaborato una sua ricerca e uno stile tenendo conto di entrambe le esperienze. Il libro riemerso è di Mariano Apa, "Registri di Arte. Le necessità del Sacro. Un album di Immagini", edito da Gangemi nel 2021.
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martedì 12 marzo 2024

Poesia - Tre mie poesie con il commento di Edoardo Silvestroni

Quando sei in vista di chiarezza
non puoi poetare e la penna
si tramuta in timbro censoreo
posto sulla soglia alle parole
nell’area liminale della notte
che stacca l’ombra dal di più
di luce. Il sole è scuro, il sole è
dietro l’ombre, ricco dei molti
che tutti insieme si passano la palla
giocano tra i fiori anch’essi neri
della luce che non nasconde agli occhi
lìberi lascia e non invade di
timbri permessi e scontatezze

Nomos è regina è dea (femminile Dio)
non un registro o tavola di legno o pietra
+++++ 
 
Prendi un appuntamento, Tito mi disse

Non si può entrare in un elenco
se il timore cresce e muove alla strada
irta di buche e colli e nebbia
pollicino si perde e cappuccetto è
mangiata dal lupo - là le sue ossa
e se non ora subito d’improvviso
impulso mai si uscirà dal labirinto

Il rito vuole che danzi e giri fino
a tornare fuori liberata. L’andare
è gioia timorosa dell’incontro
il canto del ritorno grida alle grida:
lasciatela passare

Immàgine mi guida alla tua porta,
specchio sperato dell’incontro vero,
del me nel noi, mediato nella riflessione
che accoglie, Madre Ecclesia,
i molti all’Uno, come ritorno a casa.
++++++++++

Biografia

 Fatto è che pongo immagini
Il punto è di cosa, donde giungono
dove erano o forse stanno.
Sono mìmesi di quale passaggio
Sono il volto di se stesse in me
Chi sono allora io che ritraggo? 
+++++++

Grazie all'amico Edoardo Silvestroni che ha scritto: 
Complimenti, Fernanda! Versi davvero interessanti che si sciolgono lungo la narrazione di un percorso vitale, procedendo per un cammino che si snoda attraverso belle similitudini e delicate metafore e si conclude con quel verso escatologico finale in cui la tua anima intravede la meta e nella quale spera di trovare riposo e sicuro rifugio. 
 

#immaginazione #edoardosilvestroni #ecclesia #poesiadelnostrotempo #titoscultura

giovedì 25 gennaio 2024

giovedì 3 agosto 2023

Per Ingmar Bergman (Immagine "Niobe")

 

Il silenzio del rumore per

Ingmar Bergman

L’ho amato subito e sempre

Bergman

la completa assoluta

profonda radice del dolore

l’inesorabile smarrimento

l’assenza di parola che salva

F.M. 2 agosto 2023



F.M., China e carta su carta, cm 20x30






#IngmarBergman Limmagine è mia "Visione di Niobe" #cinemasvedese  #svezia #poesiasolitudine #poesia 

#Niobe #mitologia #roccia

martedì 11 ottobre 2022

Unicità della Biennale 2013 Hilma Af Klint





 







 Hilma Af Klint

L’ho conosciuta nel 2013, quando alla Biennale Gioni le dedicò un grande spazio. Fu una bellissima biennale, unica, perché Gioni lì curò espose e diede giusto risalto, lontano dalla logica dell'evento commestibile-vendibile, non solo al prodotto dell'artista, all'oggetto, ma mise in luce il rotore dell'arte, il misterioso meccanismo per cui dall'operare di un artista nasce l'opera particolare, determinata e al contempo universale, unica. Gioni incluse nel guardare, e necessariamente, la riflessione sulla profondità, dove nascono le opere, tra queste quelle di Af Klint, che diventano così comprensibili, superficie trasparente della grandiosità oltre la cortina dell'apparenza, per la visione di ciò che mostrandosi appare. Operazione che abilita il recupero di un altro occhio, un occhio nuovo - dopo quello rinascimentale, di cui abbiamo perduto conoscienza-coscienza, avendone smarrito le "istruzioni d'uso", cosa che ha a che fare con il cambiamento delle epoche e il movimento delle modalità del nostro stare nel mondo. 
Nel percorso artistico e di ricerca di Af Klint sta il mistero delle sue opere, del produrle, del suo particolare modo quotidiano vivere. Nelle opere di Af Klint troviamo la geometria i giochi seri della geometria come struttura, meglio essenza delle cose del mondo. 
Certo una proposta, dopo le tante da Pitagora in poi, un nuovo e attuale riportare all'attualità della coscienza. C'è anche il passo inverso, dal cuore al guscio, dall'essenza al reale, nei suoi cigni, fiori, acque, corolle.  E importante è anche il colore, altro tentativo di ridare il mondo  attraverso la luce (onda? corpo?) e la sua rifrazione, la fisica che si svela armonia di torni e con-torni, di contrasti, di doppi e invita a non fermarsi all'emozione: Il cuore è luogo di comprensione e dunque di respiro collegamento, che va sentito in immersione non scindente, non scissa, l'emozione una modalitá di catarsi, discesa nel profondo, il regno delle madri, ove regna una ragione diversa da quella dell' intelletto.
In biennale per la prima volta è stata esposta Af Klint e per la prima volta anche il Libro Rosso di Jung, da poco, allora, uscito dalla cassetta di sicurezza di una banca svizzera, ove la famiglia di Jung lo conservava e celava. Libro Rosso, altra rivelazione di uno sguardo che corrisponde alla facoltà di guardare e vedere delle cose quegli aspetti che appartengono alla realtá, ma in uno strato diverso da quello proprio della vista fisica. 

NON UNA MOSTRA D’ARTE MA DI “CULTURA VISIVA”. COSÌ MASSIMILIANO GIONI DESCRIVE LA SUA BIENNALE, UN PROGETTO CHE AFFRONTA IL TEMA DELL’IMMAGINAZIONE E RIPORTA IN PRIMO PIANO L’INTERIORITÀ DELL’ARTISTA E LA SUA CAPACITÀ DI PRODURRE STORIE, FORME, UNIVERSI. UNA BIENNALE CHE VUOLE SOMIGLIARE PIÙ Ad un luogo propedeutico di conoscenze difficilmente accesibili, perché non occupano le pagine dei giornali, piuttosto che A UNA FIERA-mercato. ARTRIBUNE HA INTERVISTATO L’IDEATORE DEL “PALAZZO ENCICLOPEDICO”, CHE APRIRÀ AL PUBBLICO IL 1° GIUGNO.

Consiglio di leggere quest'articolo di Artribune

Viaggio al centro dell’immagine. Gioni racconta la sua Biennale | Artribune


#BiennaleVenezia2013 #AfKlint #Jung #Librorosso #Massimilianogioni #invisibile #Sapienza #Sciamanesimo #arte #giorgiocolli

giovedì 14 luglio 2022

Una poesia di Alejandro Jodorowsky pubblicata da https://internopoesia.com

 


Alejandro Jodorowsky

Internopoesia

Lug 14


Poco a poco stai entrando nella mia assenza
goccia a goccia riempendo la mia coppa vuota
là dove sono ombra non smetti di apparire
perché soltanto in te le cose si fanno reali
allontani l’assurdo e mi dai un senso
ciò che ricordo di me è quello che sei
giungo alle tue sponde come un mare invisibile

Di ciò di cui non si può parlare (Giunti Editore, 2006), trad. it. Antonio Bertoli


#Jodorowsky  #internopoesia #giuntieditore  #Invisibile

sabato 23 aprile 2022

Anatomia del Giardino - L' Orto Botanico di Roma

 

                          Anatomia del Giardino - L' Orto Botanico di Roma**




                                                             Acrilico, su tela, cm 5070                 






                     

A Cristina, regina di Svezia, che prima di noi vi abitò

È l’uovo è l’inizio è l’oasi il giardino

luogo di storie sogni misteri e tutto

ciò che nel profondo conta

raccolto lo portiamo in superficie

per trovare un senso nella vita


Rosa scrigno paradiso di energia vitale

il Verdeggiante*

lo depuriamo nel tempo di scontento

potiamo i rami secchi

salviamo i getti promettenti

finché rimane solo l’essenziale

la pura gioia ed il coraggio

che fiorendo cura.

                                                             §§§§

Scrive Jung: “Simbolo è l’espressione di essenzialità inafferrabili…‘Simbolico’ vuol dire che nell’oggetto, sia esso spirito o mondo, vive nascosta un’essenzialità inafferrabile e potente; e l’uomo compie uno sforzo disperato per chiudere nell’espressione il segreto che sta fuori di lui. Per tale scopo egli è obbligato a rivolgersi all’oggetto con tutte le sue forze spirituali e trapassare i veli splendenti per riportare alla luce l’oro gelosamente nascosto nelle profondità sconosciute”

In quest’opera unica, ma articolata in pittura parola scultura ho lavorato sulla stratificazione del corpo “Orto Botanico” nelle sue quattro dimensioni reali e metaforiche, un atto di anatomia dell’oggetto, ma anche dell’arte attraverso cui lo stiamo conoscendo, cos’è infatti l’arte, questo strumento che ci fa conoscere l’Unicum che è l’Orto Botanico? E infatti il titolo è “Anatomia dell’Orto Botanico”. L’ho sezionato fino alla esposizione -nella tela dipinta con gli acrilici- della parte invisibile, il suo cuore pulsante, la rosa che ne sostiene la vita, dove l’essenza fa esposizione di sé quale fluidità vivente, metafore di contenuti dialoganti tra il dentro e il fuori della superficie. Poi proseguo risalendo alla descrizione di questa essenza come solo la parola poetica sa fare. E in fine l’esposizione della superficie, dove sulla terra nel giardino, il grembo materno di Flora, l’uomo la pietra l’albero e le cose si trasmutano nel tempo e sotto lo sguardo del cielo. Così nella superficie si ritrovano i quattro: il cielo la terra i divini e i mortali, colti nel loro reale muoversi nella vita, nel qui e ora del divenire storico, che è la presenza dell’essenza, ma nella concreta determinatezza degli eventi, in un rapporto libero infinito vivente.

Una parte, l’acrilico, è l’essenza, l’altra, la cassetta di plexiglas, la sua incarnazione; l’interrogativo che mi sono posta è quale rapporto c’è tra i due? Così la rosa è l’unità complessa e vitale, la cassetta la sua trasmutazione (come direbbero Goethe e Beuys) attraverso quelle diverse forme che chiamiamo storia. Infine la poesia, che con la parola cerca rappresentare l’una e l’altra e il loro intreccio, e anche di restituire a chi guarda e ascolta la loro unità inscindibile e pure composita.

LEGENDA

Si entra dalla Porta Magica,*** costruita dal marchese Palombara nel giardino del suo Palazzo all’Esquilino, e che oggi si trova in piazza Vittorio. Palombara era alchimista consigliere della Regina, che aveva un proprio laboratorio, per le ricerche naturalistiche, frequentava l’Accademia Reale, fondata da Cristina di Svezia, le riunioni di scienziati matematici letterati e musicisti si tenevano a Palazzo Riaro, oggi Corsini, ove la sovrana abitava, e nel giardino del palazzo, ora Orto botanico.

Vasca da bagno di Cristina, che è usata ora come fioriera

Fontana degli undici zampilli

Fontana dei Tritoni

Con i fogli colorati ho rappresentato gli strati della storia, quello in superficie è l’attuale, una partitura, che vuole essere il richiamo alla struttura armonica del giardino, matematica e geometria, come quella che regola le proporzioni dell’armonia del cosmo. Sulla partitura ho scritto La Pietra e l’Albero.

                                                           §§§§§§§

* Il Verdeggiante, Khidir, è un angelo della XVIII sura del corano. Per Jung e Marie-Louise von Franz rappresenta l'intervento nell'io del destino o dell’inconscio, che fa cose strane per l'intelletto, ma assolutamente sensate per una ragione diversa. Il Verdeggiante racchiude la problematica della creatività e vitalità del Puer, l’eterno fanciullo, e del suo rapporto con la vita. Per me rappresenta il rapporto dell'uomo con la Natura, quale suo aspetto interiore ed esteriore insieme. Il Verdeggiante è pieno di energia e potenzialità, in questo senso è assimilabile al risveglio della Kundalini.

Considerati sotto un altro aspetto, questo lavoro si può riferire a Parvati, colei che fiorisce, la compagna di Siva, e in latino diventa Flora, la dea del risveglio di primavera, e dunque anche evoca il mito di rinascita di Proserpina-Demetra ad Eleusi. La parola Flora significa appunto "colei che fiorisce", e viene dal sanscrito Bhla - phla che significa gonfio turgido. Le festività dedicate a Flora prevedevano riti di inseminazione.


** Il Giardino botanico si trova sulle coste del magico Gianicolo, l’ottavo colle di Roma, il più appartato, ritratto quasi sull’altra riva del Tevere, il Gianicolo ha rappresentato spesso la polarità opposta della città, la sua altra anima, riservata, attenta, ha prestato la dura opposizione armata al Vaticano e ai Francesi nella difesa della repubblica romana, infatti nel 1848 fu l’ultimo baluardo dei Garibaldini assediati sul colle.

La storia dell’orto botanico di Roma segue nella sua stratificazione la storia della città, almeno da quando nel XIII secolo, la residenza del potere papale a San Giovanni in Laterano, il Papa lo iniziò come luogo per la coltivazione di piante medicinali, “il giardino dei semplici”. Annesso poi a palazzo Riaro, oggi Corsini, fu attraversato da presenze importanti come quelle di Cesi, che a palazzo Riaro fondò l’Accademia dei Lincei e ospitò tra gli altri Galileo Galilei e ne pubblicò gli scritti.

*** Nel XVII secolo la regina Cristina, abdicato il trono di Svezia, vi si trasferì per lunghi anni fino alla sua morte. Qui si riuniva con la sua corte e i membri dell’Accademia Reale, che aveva fondato e finanziato e accoglieva scienziati e letterati, per teatro e ricerca alchemica, pratica e teorica, letture, discussioni politiche poetiche e relazioni scientifiche. Gian Lorenzo Bernini, fu di casa e poi Giovanni Alfonso Borelli, Michelangelo Ricci, Arcangelo Corelli, il cardinale Decio Azzolino, Athanasius Kircher, Francesco Maria Santinelli, e il marchese Massimiliano Palombara, che negli anni di amicizia con Cristina e di frequentazione dell’accademia Reale progettò e costruì la famosa Porta Magica, “la sola testimonianza plastica e architettonica (che ci sia rimasta, nota mia) dell’intera storia dell’alchimia occidentale”, come scrive Mino Gabriele.


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