giovedì 14 luglio 2022

Una poesia di Alejandro Jodorowsky pubblicata da https://internopoesia.com

 


Alejandro Jodorowsky

Internopoesia

Lug 14


Poco a poco stai entrando nella mia assenza
goccia a goccia riempendo la mia coppa vuota
là dove sono ombra non smetti di apparire
perché soltanto in te le cose si fanno reali
allontani l’assurdo e mi dai un senso
ciò che ricordo di me è quello che sei
giungo alle tue sponde come un mare invisibile

Di ciò di cui non si può parlare (Giunti Editore, 2006), trad. it. Antonio Bertoli


#Jodorowsky  #internopoesia #giuntieditore  #Invisibile

sabato 23 aprile 2022

Anatomia del Giardino - L' Orto Botanico di Roma

 

                          Anatomia del Giardino - L' Orto Botanico di Roma**




                                                             Acrilico, su tela, cm 5070                 






                     

A Cristina, regina di Svezia, che prima di noi vi abitò

È l’uovo è l’inizio è l’oasi il giardino

luogo di storie sogni misteri e tutto

ciò che nel profondo conta

raccolto lo portiamo in superficie

per trovare un senso nella vita


Rosa scrigno paradiso di energia vitale

il Verdeggiante*

lo depuriamo nel tempo di scontento

potiamo i rami secchi

salviamo i getti promettenti

finché rimane solo l’essenziale

la pura gioia ed il coraggio

che fiorendo cura.

                                                             §§§§

Scrive Jung: “Simbolo è l’espressione di essenzialità inafferrabili…‘Simbolico’ vuol dire che nell’oggetto, sia esso spirito o mondo, vive nascosta un’essenzialità inafferrabile e potente; e l’uomo compie uno sforzo disperato per chiudere nell’espressione il segreto che sta fuori di lui. Per tale scopo egli è obbligato a rivolgersi all’oggetto con tutte le sue forze spirituali e trapassare i veli splendenti per riportare alla luce l’oro gelosamente nascosto nelle profondità sconosciute”

In quest’opera unica, ma articolata in pittura parola scultura ho lavorato sulla stratificazione del corpo “Orto Botanico” nelle sue quattro dimensioni reali e metaforiche, un atto di anatomia dell’oggetto, ma anche dell’arte attraverso cui lo stiamo conoscendo, cos’è infatti l’arte, questo strumento che ci fa conoscere l’Unicum che è l’Orto Botanico? E infatti il titolo è “Anatomia dell’Orto Botanico”. L’ho sezionato fino alla esposizione -nella tela dipinta con gli acrilici- della parte invisibile, il suo cuore pulsante, la rosa che ne sostiene la vita, dove l’essenza fa esposizione di sé quale fluidità vivente, metafore di contenuti dialoganti tra il dentro e il fuori della superficie. Poi proseguo risalendo alla descrizione di questa essenza come solo la parola poetica sa fare. E in fine l’esposizione della superficie, dove sulla terra nel giardino, il grembo materno di Flora, l’uomo la pietra l’albero e le cose si trasmutano nel tempo e sotto lo sguardo del cielo. Così nella superficie si ritrovano i quattro: il cielo la terra i divini e i mortali, colti nel loro reale muoversi nella vita, nel qui e ora del divenire storico, che è la presenza dell’essenza, ma nella concreta determinatezza degli eventi, in un rapporto libero infinito vivente.

Una parte, l’acrilico, è l’essenza, l’altra, la cassetta di plexiglas, la sua incarnazione; l’interrogativo che mi sono posta è quale rapporto c’è tra i due? Così la rosa è l’unità complessa e vitale, la cassetta la sua trasmutazione (come direbbero Goethe e Beuys) attraverso quelle diverse forme che chiamiamo storia. Infine la poesia, che con la parola cerca rappresentare l’una e l’altra e il loro intreccio, e anche di restituire a chi guarda e ascolta la loro unità inscindibile e pure composita.

LEGENDA

Si entra dalla Porta Magica,*** costruita dal marchese Palombara nel giardino del suo Palazzo all’Esquilino, e che oggi si trova in piazza Vittorio. Palombara era alchimista consigliere della Regina, che aveva un proprio laboratorio, per le ricerche naturalistiche, frequentava l’Accademia Reale, fondata da Cristina di Svezia, le riunioni di scienziati matematici letterati e musicisti si tenevano a Palazzo Riaro, oggi Corsini, ove la sovrana abitava, e nel giardino del palazzo, ora Orto botanico.

Vasca da bagno di Cristina, che è usata ora come fioriera

Fontana degli undici zampilli

Fontana dei Tritoni

Con i fogli colorati ho rappresentato gli strati della storia, quello in superficie è l’attuale, una partitura, che vuole essere il richiamo alla struttura armonica del giardino, matematica e geometria, come quella che regola le proporzioni dell’armonia del cosmo. Sulla partitura ho scritto La Pietra e l’Albero.

                                                           §§§§§§§

* Il Verdeggiante, Khidir, è un angelo della XVIII sura del corano. Per Jung e Marie-Louise von Franz rappresenta l'intervento nell'io del destino o dell’inconscio, che fa cose strane per l'intelletto, ma assolutamente sensate per una ragione diversa. Il Verdeggiante racchiude la problematica della creatività e vitalità del Puer, l’eterno fanciullo, e del suo rapporto con la vita. Per me rappresenta il rapporto dell'uomo con la Natura, quale suo aspetto interiore ed esteriore insieme. Il Verdeggiante è pieno di energia e potenzialità, in questo senso è assimilabile al risveglio della Kundalini.

Considerati sotto un altro aspetto, questo lavoro si può riferire a Parvati, colei che fiorisce, la compagna di Siva, e in latino diventa Flora, la dea del risveglio di primavera, e dunque anche evoca il mito di rinascita di Proserpina-Demetra ad Eleusi. La parola Flora significa appunto "colei che fiorisce", e viene dal sanscrito Bhla - phla che significa gonfio turgido. Le festività dedicate a Flora prevedevano riti di inseminazione.


** Il Giardino botanico si trova sulle coste del magico Gianicolo, l’ottavo colle di Roma, il più appartato, ritratto quasi sull’altra riva del Tevere, il Gianicolo ha rappresentato spesso la polarità opposta della città, la sua altra anima, riservata, attenta, ha prestato la dura opposizione armata al Vaticano e ai Francesi nella difesa della repubblica romana, infatti nel 1848 fu l’ultimo baluardo dei Garibaldini assediati sul colle.

La storia dell’orto botanico di Roma segue nella sua stratificazione la storia della città, almeno da quando nel XIII secolo, la residenza del potere papale a San Giovanni in Laterano, il Papa lo iniziò come luogo per la coltivazione di piante medicinali, “il giardino dei semplici”. Annesso poi a palazzo Riaro, oggi Corsini, fu attraversato da presenze importanti come quelle di Cesi, che a palazzo Riaro fondò l’Accademia dei Lincei e ospitò tra gli altri Galileo Galilei e ne pubblicò gli scritti.

*** Nel XVII secolo la regina Cristina, abdicato il trono di Svezia, vi si trasferì per lunghi anni fino alla sua morte. Qui si riuniva con la sua corte e i membri dell’Accademia Reale, che aveva fondato e finanziato e accoglieva scienziati e letterati, per teatro e ricerca alchemica, pratica e teorica, letture, discussioni politiche poetiche e relazioni scientifiche. Gian Lorenzo Bernini, fu di casa e poi Giovanni Alfonso Borelli, Michelangelo Ricci, Arcangelo Corelli, il cardinale Decio Azzolino, Athanasius Kircher, Francesco Maria Santinelli, e il marchese Massimiliano Palombara, che negli anni di amicizia con Cristina e di frequentazione dell’accademia Reale progettò e costruì la famosa Porta Magica, “la sola testimonianza plastica e architettonica (che ci sia rimasta, nota mia) dell’intera storia dell’alchimia occidentale”, come scrive Mino Gabriele.


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mercoledì 8 dicembre 2021

FERNANDA MANCINI Stettino 2018 SIMBOLO. IMMAGINI DI UN INCONTRO POSSIBILE

 


FERNANDA MANCINI                                  Stettino     2018

SIMBOLO. IMMAGINI DI UN INCONTRO POSSIBILE

                                 Gli archetipi sono forme basilari, non manifestazioni

                                      personificate o immagini concretizzate. Possiedono un

                                      alto grado di autonomia, che non scompare quando

                                      l’immagine manifestata cambia.

                                      C.G. Jung1

Si tramanda che il pittore Annibale Carracci, vissuto tra la se-

conda metà del 1500 e i primi del 1600, amava dire che noialtri di-

pintori abbiamo da parlare con le mani, ma a temperare e insieme

integrare, nonché complicare le sue parole, si può immaginare che

Michelangelo avrebbe potuto ribattere più o meno, ma noi si dipinge

col cervello e non con le mani. Chi frequenta la pratica artistica sa

per esperienza come sia difficile, anzi impossibile tradurre in imma-

gine quell’intuizione informe che arriva come un’aria ad un certo

punto del percorso, della concentrazione d’arte. Essa è appunto in-

forme e pretende da noi la forma, che è inesauribile per definizione.

Quando si riesce a dargliene una, essa è carica di significato, è nostra

 e non lo è, perché ci è arrivata da una parte in noi che non cono-

sciamo, che non dominiamo, essa è immagine simbolica. Come

 scrive Bachofen «i simboli sono un discorso muto, inaccessibile alla

beffa e al dubbio, agli immaturi frutti della sapienza». Non cercherò

quindi di dare qui una interpretazione né di queste immagini né del

mio lavoro, ma parlerò del come esse siano venute ad essere.

 

La pratica mi ha portata da tempo a ricercare e a lavorare sui sim-

boli e ho potuto così constatare la loro universalità, giacché, come è

noto, culture ed epoche diverse si esprimono attraverso gli stessi sim-

boli. Essi ricorrono al di là delle differenze temporali e culturali, ri-

presentandosi sempre all’interno di aeree di significato tra loro omo-

genee. Ho potuto approfondire ciò con il lavoro per la mostra del

 2016 alla Friedrich Ebert Stiftung di Berlino intitolata Tripeditrip.

Le opere di Tripeditrip hanno avuto come punto di partenza una

poesia del poeta contemporaneo cinese Gu Cheng e la musica che

Peng Yin, compositore contemporaneo cinese, ha scritto per la stessa

poesia. Le simbologie degli artisti cinesi e le mie si sono rivelate per-

fettamente armoniche, si sono integrate aprendo nuovi orizzonti che

 si sono ampliati fino a coinvolgere anche le antiche culture mediter-

ranee.

 

La mia pratica consiste innanzi tutto nel creare le condizioni alle

quali le immagini affiorano da sé stesse. Anche la scelta del mezzo

materiale appartiene a questa fase ed avviene, per così dire, con un

mio intervento attivo limitato e non invasivo, spesso accade che l’im-

magine e il mezzo, che può essere una speciale carta, un nuovo colore

o un objet trouvé, sembrino legati da reciproca necessità, l’uno segue 

l’altra e viceversa, in una implicazione reciproca. È solo in un se-

condo momento, quando guardo il lavoro con una certa distanza,

che nascono idee e interpretazioni, si aprono campi di letture e di

studio.

I due momenti, della pratica e dello studio, si integrano, perché

dopo lo studio mi pare di cogliere nuovi aspetti dei miei lavori e ad

essi seguono nuove immagini. Esse spesso si presentano con grande

pressione, tanto che diventa difficile per me tener loro dietro. Così

nascono le serie di lavori, contraddistinte da variazioni più o meno

consistenti di uno stesso tema o soggetto.

In questo ricercare con l’arte attraverso l’arte, si incontrano e rac-

cordano studi e letture che spesso riscopro sotto una nuova luce, che

prendono un senso nuovo e pretendono nuove affinità proprio dal

loro incontrarsi inaspettato nel medio che è la pratica d’arte. Mentre

guardo e considero i lavori, letture antiche e attuali si intrecciano,

ripenso alla raccolta dei saggi di Jung Symbolik des Geistes, e a quella

del filosofo Leo Lugarini sulla Fenomenologia dello Spirito di Hegel.

 

Vedo aprirsi interessanti nuove prospettive per futuri approfondi-

menti. Le due Fenomenologie, la junghiana e l’hegeliana, si riflet-

tono in un intreccio di tematiche, l’una sostenendo l’altra da territori

lontani che pur tuttavia si scoprono affini. Da questo incontro si

aprono possibilità insospettate, il rapporto alla contemporaneità e

allo Zeitgeist ne esce sotto una luce completamente diversa; sotto la

pelle del tempo affiora la struttura dell’eterno, nel personale il tipico,

i due piani sono uno la trasparenza dell’altro.

 

Jung scrive, «quando la mente esplora il simbolo, essa viene por-

tata a contatto con idee che stanno al di là delle capacità razionali»,

ho dato spazio a questo pensiero fondamentale, alle immagini che si

formano, e ancor prima a quel certo sentire con cui si annunciano,

quel vento di cui dicevo sopra. È uno stato, uno Zustand, come lo

chiamava Karoly Kerényi, anzi uno schöpferischer Zustand, uno stato

creativo che Kerényi attribuisce alla Festa, e dal quale per lui, ha ori-

gine il culto e la poesia, e non viceversa. Mi sono lasciata portare da

questo vento permanendo in quello Zustand, e ho “tradotto” questo

intuire-sentire con i miei strumenti. Si è concretizzato dapprima

l’immagine dell’Ottagono.

 

Gli Ottagoni sono un Temenos, delimitano lo spazio altro, imma-

ginale, sacro che, prima di essere uno spazio fisico, è fondamental-

mente quello di una relazione. Lo spazio sacro era stato il tema di

un mio precedente lavoro, per la mostra Lo Spazio Le Cose Il Fram-

mento. Sul Terreno del Sacro. Vi ero arrivata partendo dal frammento,

cioè dalla constatazione della divisione e separatezza che innerva le

cose e i rapporti nel nostro tempo. Una lacerazione epocale, che ha

a che fare con la morte di Dio (nominata nell’ordine da Goethe,

Hegel e poi Nietzsche) e l’attuale nostra storia, colta come epoca del

nichilismo. Ad un certo momento del lavoro concreto della pittura,

però, il rapporto mi parve capovolgersi, e quello esser smembrate

delle parti, nello spazio delle opere, mi apparve come la riconfigura-

zione della realtà in una nuova unità, in senso affine alla riflessione

di Kandinskij, secondo il quale la lacerazione è un elemento della

nostra modernità, da cogliere con nuove intelligenze e senza nostalgie

del passato. Si adombra una nuova armonia, infatti uno spazio dalle

qualità nuove si era rappresentato davanti ai miei occhi. Per me fu

un’acquisizione fondamentale, vedevo e comprendevo ora la presenza

di relazioni e modi d’essere diversi dagli usuali, uno spazio da cui si

affaccia l’invisibile, quell’invisibile tanto caro a Paul Klee, che ne

volle scrivere per il proprio epitaffio.

Tornando agli Ottagoni-Temenos, essi danno il titolo ad una serie

di opere in cui, al centro geometrico dello spazio ottagonale, rac-

chiusi in circonferenze, prendono posto diverse immagini: Temenos

egizio - con il geroglifico dell’acqua, Temenos - Vaso, con un ri-

mando alla ben nota simbologia del vaso.

 

Ho lasciato visibile la struttura geometrica che sostiene la costru-

zione degli ottagoni, per lasciare vivere in essi i molteplici significati

connessi alla loro costruzione e che, lungi dall’essere solo sostegni

tecnico-costruttivi, ne sostanziano e formano la ricchezza di conte-

nuti. Così in un quadro ad esempio si può vedere l’incrocio di ver-

ticale e orizzontale che si attraversano proprio nel centro

dell’ottagono, esse indicano i quattro punti cardinali. Tra queste

quattro dimensioni poi ci sono quelle intermedie, le une e le altre

insieme formano la rosa dei venti, che è anche la Rosa Mundi rosa-

crociana ad otto braccia.

 

L’Ottagono è simbolo universale, nella religione cristiana indica

il giorno della Resurrezione, dopo i sette della creazione, per questa

ragione i vecchi battisteri erano a pianta ottagonale. Nell’ottagono

è racchiuso anche lo Yin Yang del Tao. Inoltre, esso è la figura geo-

metrica considerata più vicina alla circonferenza, e la geometria è il

principio creatore di Pitagora, la matrice Matrix della materia e dello

spirito, ma anche la Sapienza secondo la gnosi. Rispettando tutte

queste diverse accezioni, ho interpretato la geometria e l’ottagono e

la Matrix non come un sapere chiuso in regole e categorie e ripeti-

tivo, ma fluido e vivo. Li ho immaginati non confinati nei limiti di 

una geometria statica, ma di una geometria aperta alla relazione crea-

tiva e ludica.


Solo nel momento in cui ho riguardato con distanza i lavori, ho

considerato che il Temenos può essere anche rappresentativo della

mente archetipica, da cui prendono forma i simboli raccolti nel man-

dala centrale, ogni qualvolta incontrino un io posto in ascolto. Ho

visto allora che il rapporto tra gli Ottagoni e le immagini centrali è

quello stesso che si svolge tra centro e periferia, tra vuoto e pieno,

l’uno e i molti. Non disposto -questo rapporto- nella successione

temporale, appunto perché ci si muove in uno spazio ‘altro’, essa

porta a presenza la contemporaneità dell’essere come centro e del-

l’essere come periferia, dialettica dell’alterità, dove l’altro è l’altro di 

sé stesso, dunque che è - nel senso che esiste ed è vero - solo attra-

versando e tenendo in sé la negatività. Una negazione raddoppiata.

 

Dunque, abbiamo una specie di pensiero che dialoga in sé con sé

stesso, è molto vicino alla situazione che Jung descrive quando, nel

Libro Rosso, parla con Elia-Salomè, o incontra Filemone e Bauci,

egli è insieme colui che riceve il “discorso” di Elia, ma anche colui

che quel discorso accoglie e su cui ragiona, un Sé più vasto dell’io.

Poi i confini del Temenos si aprono, siamo in una nuova fase del

lavoro, attraversiamo un nuovo aspetto di quanto sopra descritto, il 

residuo di dualità che ancora si conservava tra il Temenos e il suo cen-

tro va scomparendo. Non c’è più differenza tra la periferia e il centro,

i simboli stanno in un rapporto di identità e alterità con la mente,

tutto lo spazio si riempie di questa identità molteplice dell’uno. Forse

si può considerare ciò anche in connessione con l’idea goethiana

dell’Urpflanz – la pianta originaria -, un principio spirituale che dà

forma e che è nelle singole cose e non fuori di esse, come accade per

le idee di Platone, che sono al di là, nell’Iperuranio, un’idea che «si

può vedere con gli occhi» disse una volta Goethe.

Chiamo questo momento Aperture. Così ad esempio Aperture -

Fuoco, in cui il fuoco del vulcano si irradia ovunque; Aperture -

Orfeo, una lira estende i suoi benefici suoni invasivamente in ogni

punto del pensiero e dello spazio.

 

Ora, da questo punto il processo si inverte, e si potrebbe riper-

correre il cammino da qui a ritroso. Tutta la prima parte è stata con-

dotta a partire dal separato in quanto la relazione è dominata dalla 

dualità. E come alla fine si è visto convergere gli opposti, assimilatisi

reciprocamente nell’identità prendendo la forma dell’Uroboro, della

circonferenza-mandala, e meglio ancora della spirale goethiana che

torna al punto di partenza, ma con quello scarto di livello, che indica

appunto il cambiamento, ripercorrendo nel senso contrario il cam-

mino, si vede come l’unità mobile del mandala, pulsante in se stessa

e in ogni luogo contemporaneamente presente, come questa unità

si manifesti in ogni punto nel suo aspetto puntuale e separato, che

distingue il prima dal poi, e si capisce, ora, che questa diversa mo-

dalità di comprendere, che ho definito a ritroso, sia più ampia e com-

plessa di quanto lo sia la logica del giudicare.

 

Bisogna cercare un’altra logica allora.

Per me lavorare sul simbolo ha significato e significa ricercare

concretamente nuove possibilità di comprensione positiva, praticare

nuovi orizzonti concettuali, che permettano di connettere ragione e

intuizione, conoscenza e sentire, insomma le possibilità di una via

nuova che si allontani dal nichilismo e dalla negatività della nostra

epoca. Un’epoca durata duemila anni, che vede alla fine consumare

nel dubbio nichilistico sia lo spirito sia la materia. Duemila anni ad

iniziare dall’incarnazione del divino in Cristo, principio di unione

tra materia e spirito, ben rappresentato dal simbolo del pesce, con

cui fin dall’inizio i cristiani hanno identificato il Salvatore. Simbolo

uno e doppio, che ha percorso articolandola tutta la nostra era.

Esplorate in questi duemila anni, nella concretezza del reale, forse

tutte le possibili realtà implicite nella dualità della nostra era, di cui

il pesce è anche simbolo astrologico, l’epoca della incarnazione si è

forse tutta dispiegata.

Possiamo interpretare questo fatto come l’augurio che la negati-

vità della nostra epoca si stia anch’essa concludendo e che subentri

una nuova speranza e una nuova epoca cui dedicarsi, ascoltando e

attivamente lavorando?

 

 RIASSUNTO

 

Nella stesura di questo contributo ho accostato e intrecciato im-

magine e parola, il paradigma che si attesta sullo sfondo e a cui mi 

sono attenuta è che l'immagine, in particolare l'immagine simbolica, 

sia immagine agente e dunque il più denso di significato ed emo-

zione; inoltre che la parola, quella poetica tanto quanto quella non 

poetica, svolga, traduca questa densità, pur non riuscendo ad esau-

rirne la ricchezza.

La pratica artistica mi ha portata da tempo a ricercare e a lavorare

sui simboli e ho potuto così constatare la loro universalità. Come è

noto, culture ed epoche diverse si sono servite degli stessi simboli. 

Essi ricorrono al di là delle differenze geografiche temporali e cultu-

rali, ripresentandosi sempre con significati omogenei.

Nei lavori qui presentati si riflettono pratiche e letture diverse,

in particolare la raccolta degli studi di Jung dal titolo Symbolik des

Geistes e quella di Leo Lugarini Prospettive hegeliane sulla Fenomeno-

logia dello Spirito di Hegel, che mi ha aperto interessanti e nuove

prospettive per futuri approfondimenti. Le due Fenomenologie, la

junghiana e l'hegeliana, si riflettono reciprocamente in un intreccio

di tematiche, l'una sostenendo l'altra da territori lontani e pur tut-

tavia affini. Da questo incontro si aprono possibilità insospettate, il

rapporto alla contemporaneità e allo Zeitgeist ne esce sotto una luce

completamente diversa; sotto la pelle del tempo affiora la struttura

dell'eterno, nel personale il tipico, i due piani sono uno la trasparenza

dell'altro.

La prima parte del testo svolge nel concreto il tema del rapporto

Uno/Molteplicità dal punto di vista della separatezza dei termini,

perché la relazione è dominata dalla dualità, la fase nera dell'alchimia.

Ripercorrendo poi nella seconda parte il cammino in senso inverso,

si fa vedere come l'unità mobile del mandala, che pulsa in se stessa

e contemporaneamente in ogni luogo, si manifesti in ogni punto

una e plurale, unita e separata in se stessa, si tratta nel linguaggio di

Jung della complexio oppositorum, in quello di Hegel dell'identità

della identità e della non identità e in quello alchemico del Vaso.

Questo secondo approccio si è dimostro più ampio e complesso del

precedente.

Per me lavorare sul simbolo ha significato ricercare concretamente

nuove possibilità di comprensione non nichilistica della realtà e pra-

ticare nuovi orizzonti concettuali, che permettano di connettere ra-

gione e intuizione, conoscenza e sentire.


 1) C.G. Jung, Lettera a M. Serrano del 14 settembre 1960.


ABSTRACT

Symbol. Images of a Possible Meeting

In the writing of this contribution I have juxtaposed and inter-

twined image and word, the paradigm that stands in the background 

and to which I have adhered is that the image, especially the sym-

bolic image, is an agent image and therefore the most dense of mean-

ing and emotion; also that the word, the poetic one as much as the

non-poetic one, unfolds, translates this density, even if it does not

manage to exhaust its richness.

Artistic practice has long led me to research and work on symbols 

and I have been able to see their universality. As is well known, differ-

ent cultures and eras have used the same symbols. They recur beyond

the geographical, temporal and cultural differences, always pres-

enting themselves with homogeneous meanings. 

In the works presented here different practices and readings are

reflected, in particular the collection of Jung's studies entitled Sym-

bolik des Geistes and Leo Lugarini's Hegelian Perspectives on Hegel's

Phenomenology of the Spirit, which opened up interesting and new 

perspectives for future insights. The two Phenomenologies, the Jun-

gian and the Hegelian, are mutually reflected in an interweaving of

themes, one supporting the other from distant yet similar territories.

From this encounter unsuspected possibilities open up, the relation-

ship with contemporaneity and the Zeitgeist emerges in a completely

different light; under the skin of time emerges the structure of 

eternal, in the personal the typical, the two planes are one the trans-

parency of the other. 

The first part of the text deals with the theme of the relationship

One/Multiplicity from the point of view of the separateness of terms,

because the relationship is dominated by duality, the black phase of

alchemy. Then, in the second part of the text, we can see how the

mobile unity of the mandala, which pulsates in itself and simulta-

neously in every place, manifests itself in every point as one and plu-

ral, united and separated in itself, this corresponds in Jung's language

to the "complexio oppositorum", in Hegel's language to the "identity

of identity and non-identity" and in the alchemical language to the

"Vaso".

This second approach has proved to be broader and more com-

plex than the previous one.

For me, working on the symbol meant concretely searching for

new possibilities of non-nihilistic understanding of reality and prac-

ticing new conceptual horizons, which allow to connect reason and

intuition, knowledge and feeling.

 

 

 

Keywords: #FernandaMancini  #Symbol  #Jung  #Hegel   #LeoLugarini  #Filosofia  #Stettino   #Archetipi   #Inconsciocollettivo  #ConvegnosulSimbolo


 


 

Novalis, agli sguardi tuoi sacri di veggente
Sono dischiusi gli spazi d’ogni mondo,
Si manifesta a te il mistero consacrante,
Tu lo contempli in profetico incanto.
Delle cose i germi vedi colmi di avvenire
E alle perenni dell‘universo sorti,
Che all’occhio umano amano svanire,
Vieni condotto da sogni preveggenti.

Tu vedi il giusto, il vero, il bello imporsi,
Il tempo nell’eterno annullare sé stesso
Ed Eros che riposa al cosmo unirsi
Così amando lo spirito del mondo si è affidato
E nel poetare di Novalis si è riflesso,
E ha veduto, come Narciso di sé innamorato.

Karoline von Günderrode
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Novalis, deinen heilgen Seherblikken
Sind aufgeschlossen aller Welten Räume,
Dir offenbahrt sich weihend das Gemeine,
Du schaust es in prophetischem Entzücken.
Du siehst der Dinge zukunftsvolle Keime
Und zu des Weltalls ewigen Geschicken,
Die gern dem Aug der Menschen sich entrücken,
Wirst Du geführt durch ahndungsvolle Träume.

Du siehst das Recht, das Wahre, Schöne siegen,
Die Zeit sich selbst im Ewigen zernichten
Und Eros ruhend sich dem Weltall fügen:
So hat der Weltgeist liebend sich vertrauet
Und offenbahret in Novalis Dichten,
Und wie Narziß in sich verliebt geschauet.

Karoline von Günderrode
(da Einstens lebt ich süßes Leben, pp. 120-121)


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giovedì 4 novembre 2021

Poesia "Quel turgore" - Menzione d'onore al Premio Montano 2021

 


Quel turgore

 Quel turgore di polpastrelli

e della mano tutta

quel suono della carne accavallata

lo scivolare della pelle all’olio

scosse di ricci corti sulle spalle

 

amanti amati all’alba

vestiti di bellezza

come farfalle sull’orlo della sera

Fernanda Mancini 

Menzione d'onore al Premio Montano 2021 e pubblicazione sulla rivista Anterem



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sabato 10 luglio 2021

Haiku

 



Siedo in ascolto

L'universo s'espande

profuma il pesco






Menzione speciale per HAIKU
Fernanda Mancini

E poi in giardino
la frutta che marcisce
l’ape al lavoro



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