Episodio tre è la raccolta di sette scritti, un po' racconti brevi o brevissimi, un po' di Tao, quache pensiero errante e un paio di poesie. Alcune riguardano il mito di Apollo e Dafne ambientandolo, com'è pure verosimile che sia, tra Atene ed Eleusi, riconsiderato alla luce dello sguardo introspettivo, consapevole dei benefici che delusioni e sconfitte possano apportare, e così che forgiato si ritrae in sé, e ancor prima di cercare all'esterno il colpevole, si volge ad un esame attento e indifeso del suo proprio mondo interiore. E poi c'è la storia del Mago di Zurigo, alias Jung; quella di un kafkiano rocchetto che rotola senza trovare pace attraverso la storia; la soglia misteriosa che sorregge la porta di un lago, e altro ancora.
Ringrazio Roberto Giardina per la generosa postfazione e gli amici Antonio Padula Francesca Pioppi Edoardo Silvestroni Maria Grazia Monaco, che hanno condiviso con me impressioni e commenti alla lettura libro. Publico in ordine di arrivo.
Finalista al Premio Lorenzo Montano 2023
Postfazione di Roberto Giardina
Sinfonia di immagine e parola
Non è una raccolta di novelle, né
di racconti e neppure un libro illustrato. È un libro sperimentale, stralunato.
Ricorda semmai le lettere di Cocteau o i libri che Matisse realizzò lavorando
sulle poesie di Mallarmé. Giusto il titolo scelto. I sette movimenti sono come
tempi di una sinfonia, che possono avere indicazioni perfino opposte, da
allegro con brio a lento moderato, eppure si susseguono formando un’unica
opera. L’autrice si serve di forme creative diverse, dal disegno alla prosa, alla
poesia, come strumenti a volte usati da un solista, violino, pianoforte,
flauto, oppure insieme dai maestri di un’orchestra, ma conservano sempre la
loro identità. Quella di Mancini non è mai prosa poetica, sempre da evitare, i
suoi disegni non sono illustrazioni di un testo. Ne fanno parte.
Sfogliare le pagine di “Episodio
tre. In sette movimenti” è come guardare uno spartito. I segni, punti rotondi e
neri, lunghe linee nette, o brevi archi, sono un quadro che vi affascina, o
ricordano un dagherrotipo, una realtà sfumata su una lastra di vetro. Sono
note, la pagina vibra di musica, di suoni, l’avvertite anche se non
l’udite.
Con una naturalezza, difficile da
raggiungere senza cedere a facili artifici, l’autrice passa dalla psicoanalisi,
alla filosofia, al mito, alla fiaba. Ricorda i giochi d’infanzia, il rocchetto,
il suo mago è Jung.
Il libro può essere acquistato presso l'editore Sergio Pandolfini edizioni"Il Bulino", mail: info@ilbulinoeditore.it - oppure presso di me, fernandamancini8@gmail.com
Antonio Padula
Immagini nelle immagini,
nelle parole, nei segni pittorici.
Dai fenomeni agli archetipi. Dai simboli ai miti.
Come una linea senza termine che conduce una danza ancestrale, che solca la
memoria e ci restituisce il cielo, la terra, l’acqua, l’aria, la divinità del
tempo senza tempo, dell’istante in cui tutto è presente, si consuma e rinasce.
Letto tutto d'un fiato, troppo
velocemente in verità per una lettura che si richiede più meditata. Ma mi ha
catturato, avvolgente come un incanto musicale. Il fascino l'incanto e la
poesia del mito e del sogno, la profondità del pensiero e della psicanalisi:
grande spessore come sempre le tue creazioni.
Edoardo Silvestroni
Cara Fernanda, (...) consentimi d’iniziare, perciò, da
quell’elemento introduttivo che mi sembra sia realmente fondamentale al fine di
poter procedere innanzi nella disamina della tua opera, senza troppi intoppi,
e, magari, anche con qualche giravolta; intendo riferirmi, cioè, a quel che
scrivi nel ‘Prologo’, sotto il titolo: “Il Rocchetto”, che è anche, nello
stesso tempo, il primo ‘movimento’ della ‘sonata’, con cui, com’è naturale che
sia, ben presenti, e rappresenti, il tuo: ‘Episodio tre. In sette movimenti’;
e, nello stesso tempo, annunciando al lettore, ma, nella sostanza, mettendolo
in guardia, che, tra le altre cose, continuando ad inoltrarsi nella lettura,
sarà particolarmente sorpreso di trovarsi immerso, in maniera apparente ma,
sottilmente sostanziale, in un mondo ‘altro’, smisuratamente astruso e
atemporale, quasi alla maniera di Escher. E solo per esordire con una prima,
subitanea, impressione devo dire che salta subito agli occhi l’ardita
complessità del tuo postulato, complessità che caratterizza non soltanto il
‘Prologo’ o ‘Il Rocchetto’, ma, in verità, tutto l’intero testo, tanto che
lascia aperte al lettore infinite strade ed inesauribili percorsi di lettura e
d’interpretazione. Nel vagliare il tuo scritto, però, ci si rende subito conto
che si rischia seriamente d’impantanarsi in un inestricabile groviglio di
congetture, alle quali, poi, il dare un seguito diverrebbe impresa improba,
anche per il più incallito fra i critici. A questo punto, quindi, non posso far
altro che superare questo iniziale intoppo e procedere oltre, ma non prima di
aver fatto un passo indietro per ritrovare il capo di un filo che, sin
dall’inizio, è già fin troppo attorcigliato; un passo indietro che mi porta a
riconsiderare le parole di Mara Cini, quelle che anticipano il ‘Prologo’, con
le quali si preannunciano, ma solo in un breve accenno, le sensazioni di
simbiosi semantica fra parole e immagini con le quali volgi e capovolgi il tuo,
e il nostro, ‘reale’, infine, sprofondando il lettore nell’assoluto
immaginario, allo stesso tempo, pregno di una, sia pur relativa, concretezza
materica. Maria Cini, in effetti, considerando il dialogo tra testo e immagini,
in questa relazione, apparentemente illogica, con la quale si “costruiscono
continui rimandi”, certifica che si realizzano le condizioni per quelle “sfide
semantiche senza soluzioni univoche”, come ella le definisce, con ciò
determinando la formulazione della domanda finale che la stessa Cini si pone, e
ci pone: “ma non è anche questa una percezione falsata e, dunque, un nuovo
interrogarsi sui significati?”. È, questo, un invito esplicito a praticare la
ricerca dei tanti significati, per lo più, oscuri, ignoti e profondi, pur
nascosti tra reminiscenze poetiche, o, meglio ancora, un sollecito sulla scorta
del quale si può procedere speditamente nella ricerca non soltanto dei generici
significati tout court, ma, forse, di un insieme di contenuti, seppure
accomunati, concentrati e ridotti ad un solo, unico ‘significato’
profondissimo, anzi, forse il solo, unico significato idoneo a rendere l’essere
umano ‘consapevole’ di sé stesso e del mondo che lo circonda, alla maniera dei
tragici effetti, secondo la Bibbia, della mela colta e mangiata da Adamo ed Eva
nel Paradiso Terrestre. In termini più espliciti e, forse, più semplici, “Episodio
3. In sette movimenti”, è un’opera che può essere considerata, per il momento,
come l’ennesima tappa, forse la terza, siccome chiaramente scrivi nel titolo
del libro, da quando, suppongo, di fronte all’ennesimo bivio, o trivio che sia,
hai imboccato (o proseguito?) questo particolare ‘sentiero’, problematicamente
praticabile. Per chi conosce, seppure poco e molto sommariamente, il tuo
percorso personale, intrapreso già da qualche tempo, e vuole comprenderlo
meglio senza timore di incappare in sempre possibili abbagli, si può
indirizzare tranquillamente verso la nota finale del libro, quella stilata da
Roberto Giardina, dal titolo: “Sinfonia di immagini e parole” in cui si
riassume non certo il senso generale del tuo lavoro, ma, con illuminata ragione,
la complessa semantica del tuo percorso, soprattutto, quando egli sostiene che:
“...i suoi disegni non sono illustrazioni del testo ma ne fanno parte...”; e
non da ora, aggiungo io. Soprattutto, ed è necessario dirlo, la magia della tua
narrazione non deriva certo dalla contaminazione con il pensiero del ‘mago’
Jung (che, al più, potrebbe considerarsi appena ‘corresponsabile’) ma
esclusivamente dalla tua mens poetica, dalla tua percezione estremamente aperta
sul mondo che ti circonda, tutto il mondo, senza limiti, perché anche l’intero
universo appare ‘caoticamente ricomposto’ nella tua semantica. Ne sono
l’indiscutibile prova il rocchetto, la porta, il lago, Nam, il Mago, Apollo e
Dafne, Dioniso e Pan, che, in effetti, all’interno della tua, peculiare poetica,
non sono altro che semplici simboli, archetipi di un sentire molto particolare,
i quali, attraverso la più intima narrazione, concorrono a dipanare non solo la
tua, ma anche la nostra, coacerva matassa psicologico-culturale, movimento dopo
movimento. Tutta la simbologia richiamata nel libro si riassume, in maniera
quasi univoca, in quel che rappresenta il mitico Uroboro, l’animale mitologico
a forma di coccodrillo o di serpente, attinente, stavolta, non più alla
mitologia greca, ma a quella egizia, che rappresenta l’eternità e il cosmo
assieme, il quale, mordendo la propria coda fino a formare un cerchio
costituisce l’esplicitazione del tempo ciclico o, meglio ancora, dell’eterno
ritorno al quale il tuo ego sembra suggerire il singolare destino. E, per
entrare in maniera più precisa e decisa nel merito del tuo libro, riprendo
l’avviato mio excursus con l’esprimerti, ancora una volta, la mia ammirazione
per un testo davvero particolare, di cui tutte le belle immagini che lo
accompagnano sono veramente parte integrante, anzi, sono parole esse stesse,
tuttavia immaginate, immaginarie e immaginanti. Insomma, la cosa che mi ha più
colpito, e potrebbe sembrare ovvia, è la tua bella ed erudita poetica
concettuale che, a tratti, assume la forma del “flusso di coscienza”, tanto che
ne risulta una litania continua nell’evocazione di quegli etimi che erompono
spontanei dalla tua mente, talvolta assumendo quasi la valenza di casuali
assonanze, di scarti sillabici, d’etimi concatenati, creati per amplificare il
senso stesso del tuo sentire nel quale ti lasci sprofondare, trascinando con te
anche il lettore. Insomma, la tua è una narrazione concettualmente poetica,
trasmessa attraverso quel senso razionale e raziocinate, tuttavia emozionante e
poetico, che ti caratterizza, raggiunto per canore assonanze, sfuggenti
richiami lessicali, formulazioni concettuali apparentemente casuali, in cui le
immagini, mischie alle parole e parole esse stesse, come già detto,
contribuiscono a dilatare quegli stessi sensi, a renderli addirittura
‘concreti’ attraverso un qualsiasi riferimento, spesso marginale, che, il più
delle volte serve ad indicare un cambio di direzione, un nuovo percorso mentale
ed emozionale. E non è una mera sensazione che suscita, giammai univoca, ma un
ammasso globulare interstellare immerso in un caos ordinato e ciclico, un
linguaggio pur certamente forbito ma concentrato e concatenato che genera
sempre nuove sensazioni ogni qual volta si rilegge lo stesso paragrafo, anche a
distanza di pochi minuti. Ed è questa la testimonianza più chiara e tangibile
del grande valore intrinseco che la tua bella opera ci dona. Infine, se, in
apparenza, lo lasci soavemente sottendere, tuttavia, in realtà, espliciti
chiaramente che il tuo vagabondare è un continuo e, talvolta, affannato errare
per mondi e universi, i più vari, in cerca di qualcosa di cui non sai bene cosa
sia ma che, almeno nel desiderio, dovrebbe essere, certamente, qualcosa di
unico e fondamentale, forse, simile a quell’attesa e sospesa eternità in cui
nulla finisce ma tutto si trasforma. Con la consueta ammirazione e la stessa
stima di sempre.
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