| fernanda mancini, dalla raccolta "e il miracolo è la parola" |
venerdì 6 novembre 2015
domenica 25 ottobre 2015
antonio padula - una poesia
Mi accorgo
improvvisamente
di essere intriso di debolezza.
Come vinto da forze in fondo secondarie
ma inevitabili.
Sembra quasi un ricominciare,
come tanti anni fa.
Sconto la presunzione
di aver avuto aspirazioni.
(antonio padula, veglia nel sogno, giulio perrone editore)
sabato 17 ottobre 2015
mia recensione alla mostra bellezza divina, firenze palazzo strozzi
vedi in www.ildeutschitalia.com il mio articolo sulla mostra "bellezza divina" , fino al 24 gennaio 2016 a palazzo strozzi di firenze. in mostra molti quadri, sculture e progetti architettonici rari da vedere.
martedì 13 ottobre 2015
sognando california
sognando california
il futuro che rimanda
non illumina più
la sua forza veloce
ha consumato il buio
come il fulmine il bosco
che lo brucia
che raccoglie e conserva
piuttosto il bosco
che generosamente
dona corpo e radici
mercoledì 7 ottobre 2015
psicoanalisi - recensione del libro di chianese a cura di stefania salvadori
COME LE PIETRE E GLI ALBERI di Mimmo
Chianese
Un
ciottolo di jaspilite rossa, che risale a 3 milioni di anni fa, fu trovato nel
1925 a Makapansgat. Poco distante da lì, 50 anni dopo, hanno trovato lo
scheletro di un austrolopitechus che
si può supporre abbia raccolto quel ciottolo passando da un ruscello, 5 km più
lontano, dove se ne trovavano altri di quel materiale. Che un ominide, che non
disponeva né di tecniche né ancora di un linguaggio parlato abbia potuto stupirsi,
raccogliere e portare con sé un sasso, non tanto perché bello ma perché forse gli
ricordava un viso simile al suo, e magari per lavorarlo, parrebbe rivelare l'esistenza
di una dimensione estetica precedente al linguaggio di parola. Immaginazione,
pensiero e capacità simbolica ci portano a produrre immagini e a cercarle e in
questo rimando a prendere una forma noi stessi.
Inoltre
quel ciottolo appartiene a quella realtà "innegabile" a cui fa
riferimento il bel titolo Come le pietre
e gli alberi (versi di una poesia di Borges) – oggetti, luoghi, natura - che
colpisce i nostri sensi dall'esterno, e in questo modo risveglia la nostra vita
interiore, aiutandoci a evolvere.
Con
questo nuovo libro Chianese vuole penetrare nella ricchezza fonda della
dimensione preverbale che c'è in ognuno di noi, difficile da raggiungere, dove
corpo e psiche non si distinguono; e arrivare ai fondamenti dell'estetica, intesa
come una necessità esistenziale, per sostenerne la spinta. Il suo interesse infatti riguarda la cura, perché tutto ciò
attraversa sotterraneamente il campo analitico. Questa via lo porta a addentrarsi
nel mistero dell'arte, che non è intrattenimento ma ingrediente fondamentale
della nascita della soggettività, strumento ermeneutico essenziale. Non
sollecita solo la vista, coinvolge tutti i sensi, la memoria, il desiderio, e
per questa via ci tocca.
1. La potenza dell'immagine.
La
psicoanalisi manca di una teoria approfondita sulle immagini, mentre invece la
richiede lo statuto dell’inconscio, che è non verbale e ha rapporto con la
visione: il suo linguaggio è l'immagine. Chianese si chiede come avvicinare
le immagini di un sogno che si scompongono, ricompongono, non temono la
contraddizione, spiazzano il pensiero vigile, senza distruggerle; cosa le
immagini veicolano di vitale, come ascoltare quello che l'inconscio sta comunicando
con la loro creazione. Su questo tema riprende in mano Jung, scelta piuttosto
rara, e la sua convinzione che il significato dell'immagine sia la sua forma. E'
un simbolo pregnante, vicino all'azione, si costituisce autopoieticamente nel
profondo per mediare passaggi psichici. Non si scioglie con un'interpretazione,
è intraducibile nella sua complessa condensazione, non solo di conflitti e
paure radicati nel passato, ma anche di tutte le energie che li combattono, le potenzialità
evolutive dell'individuo, che tende per natura a realizzare la sua
individuazione. L'attività onirica è una costruzione creativa come il gioco: un
esercizio preliminare, una preparazione, indica un futuro ancora non visibile, che
non sappiamo ancora leggere. Chianese si lascia interrogare da tutto questo, e
pensa che se ci rendiamo conto dello statuto polivoco dell’immagine e della sua
logica particolare, dobbiamo affrontare una svolta riguardo al modo in cui
avviciniamo le immagini del sogno e il loro senso. Pensiamo per immagini, l'arte
proprio a questo deve il suo potere di generare in noi un modo diverso di
guardare, di immaginare, di organizzare l'esperienza. Chianese esprime il
bisogno di un cambiamento profondo quando scrive: "Non credo più al potere
del linguaggio… confido sul figurabile… sullo spazio analitico come un apparato
per vedere... ".
E
allora fa un passo indietro: come si impara a guardare? Quali sono i fondamenti
della nostra dimensione estetica?
Va
di nuovo a cercare l'inesauribile Winnicott, osserva come è speciale la qualità
della condivisione corporea della madre nel gioco reciproco di sorrisi,
vocalizzi, esagerazioni, movimenti ritmici, che regala al bambino, insieme al
suo affetto, la gioia dell'essere. E' in quella condivisione e intima sintonia che
si sperimenterebbero i primi momenti estetici di gioco e di piacere, che si
riattivano quando scopriamo in seguito l'oggetto estetico. Chianese si sofferma
a lungo su queste prime esperienze buone sensoriali della vita preverbale, dove
riconosce l'indissolubile continuità tra sensi, corpo e psiche, in cui si
costruiscono anche le premesse di un linguaggio simbolico fondato
sull'autenticità. E questo lo fa riflettere a come dovrebbe essere lo spazio
intermedio tra analista e paziente, a come trasporre questa reciprocità e
scambio dove l'immagine non deve tradursi in concetto, ma dare spessore all'essere.
Come analisti il nostro compito è alimentare ciò che di vivo è nell'individuo,
la sua specifica diversità. Senza il sostegno di questa accettazione che nutre
di fiducia la sua creatività, dice Chianese le esperienze intense e difficili del
silenzio, della mancanza, del vuoto, che, sebbene disorientanti, sono però
necessarie al sorgere di nuove immagini e idee personali, non sono vivibili.
2. la potenza della realtà
Stefania Salvadori
L'arte di guardare non è quindi un'acquisizione adulta, si impara con
la madre che si immedesima nello stupore
del bambino mentre scopre la realtà,
quello che Chianese chiama l'incanto del mondo, e battezza così il suo senso di
essere creativo. Il bambino esplora e percepisce subito fra tante cose, con la stessa
intensità di sensazioni del piacere artistico, quello che lo colpisce e che lo
interessa. La sua percezione è già una creazione.
E con l'arte di guardare, che comincia appunto con la scoperta-creazione
degli oggetti, odori, forme, colori, e prosegue per tutta la vita con quello
che ci innamora, ci emoziona della realtà, Chianese ci parla in pagine belle dell'importanza
grande che ha per la nostra vita interiore l'ambiente non umano, vivente e non
vivente, la relazione con gli oggetti, le case, i luoghi, la natura. I bambini
manipolano le cose per pensare. E Chianese suggerisce che anche il bisogno di
oggetti transizionali tra realtà e fantasia di fatto non finisca mai.
Abbiamo
bisogno del contatto con le cose come abbiamo bisogno della natura, che
sentiamo con tutti i sensi e a cui siamo collegati inconsciamente, che cura con la sua bellezza il nostro benessere interiore senza
che ce ne rendiamo conto, e allevia i nostri dolori.
Saper
guardare cogliendo il valore anche di quello che sembra qualsiasi ci aiuta a
vivere. Scopo di un'analisi, secondo Chianese, è ridare forza alla dimensione
estetica che tutti possediamo, alla potenza creatrice che dimora in noi, la
capacità di creare con il nostro sguardo il significato del mondo. Estetica ed
etica aprono entrambe ai valori e al senso.
Conclude
col pensiero che la psicoanalisi è al servizio della vita, e la vita psichica è
così complessa, che è necessario accogliere e riflettere le intuizioni di tutti
i pensatori che contribuiscono a capirla. Aprirsi ascoltare imparare.
Stefania Salvadori
domenica 6 settembre 2015
arte sacra contemporanea - fernanda mancini
Articolo pubblicato da "il nostro tempo" del 19/7/2015
Città Natura Architettura e Arte Sacra. Diocesi di Terni Narni Amelia, a cura di Mariano Apa, Francesco Mondadori editore, 2015, euro 20.
Il triangolo Terni Amalia Narni nasconde un vero tesoro d'arte contemporanea, per scoprirlo basta entrare nelle sue chiese, un po' come da secoli si va in Vaticano per vedere Michelangelo o Raffaello. Si potranno così ammirare tra l'altro le tre porte di metallo traforato e sagomato che Bruno Ceccobelli ha fatto per la Cattedrale di Terni, i grandi olii di Stefano di Stasio in Santa Maria della Pace a Terni, oppure Mimmo Paladino in San Lorenzo a Narni. In questo libro, curato da Mariano Apa, troviamo, accanto ad approfondite indicazioni, il tracciato di una storia locale ed internazionale ancora tutta da scrivere, che ci sorprende non poco, perché poco è conosciuta. Attraverso la nuova architettura e arte sacra, su cui sembrano soffiare venti conciliari, si va consapevolmente delineando il progetto di collocare questa terra d'Umbria in una tessitura storica e culturale che è al tempo stesso d'Italia e d'Europa.
Il libro tratta della progettazione e realizzazione di chiese e opere d' arte destinate al loro arredo, a far data dal giubileo dell'anno 2000 fino al 2014, realizzate grazie all'operato del Vescovo della Diocesi di Terni Narni Amelia Vincenzo Paglia, che della diocesi fu Vescovo dal 2000 fino a tutto il 2013, quando al suo posto venne eletto Giuseppe Piemontese, rimanendone Paglia vescovo emerito. Le linee della sua volontà e operato sono sostenute dalla convinzione che " la mediazione dell'arte - come egli stesso scrive - riesce a rendere vive le testimonianze della fede...Se è vero che, in epoca di globalizzazione, una nuova identità è necessaria, diventa indispensabile l'aiuto dell'arte per dire in maniera sempre nuova la verità antica della salvezza annunciata dal Vangelo", nascono così quei gioielli di arte sacra contemporanea come l' affresco di Ricardo Cinalli dedicato al Vescovo martire Romero e l'iconografia bizantina rivisitata attraverso il confronto con l'arte occidentale, degli artisti russi Chernoritskij e Sokolova a Terni, a mostra di come la vocazione internazionale del passato di questa terra permanga nell'attualità ideativa dell'oggi, rinnovata nell'ascolto delle moderne esigenze e sensibilità.
Alla fine di ogni capitolo, l'utilissimo apparato iconografico permette di seguire passo passo dal "vivo" dell'immagine, l'opera di cui le parole dicono. Utilissima è poi la collocazione, alla chiusa di quasi ogni capitolo, di una appendice dedicata agli approfondimenti tematici, che non vengono così ad appesantire lo scorrere sciolto e veloce della lettura, e consentono di seguire lo snodarsi concettuale delle problematiche con chiarezza e distinzione concettuale.
Nella cattedrale di Terni il ridisegnamento di alcune importanti zone è stato affidato all'architetto Abruzzini, la cui "architettura - scrive Mariano Apa - è propriamente disposta sui termini della cultura del neorazionalismo italiano" e si rifà in particolare alla stagione post piacentiniana.
Santa Maria della Pace ha visto invece il contributo di Paolo Portoghesi, notoriamente architetto della postmodernità, il quale nello spazio delle Appendici racconta entusiasta e entusiasmante il percorso concettuale compiuto nell'ideazione di questo progetto. Processo di ideazione che ha preso le mosse da Le Corbusier, attraversato dalla mediazione di padre Regamey, dalla simbolica della stella-rosa mistica, mediata questa tra gli altri da Dante Petrarca San Bernardino Verlaine, dalla coniugazione della stella con il mistero dei numeri e della geometria per un'architettura vissuta per il culto e la liturgia, nello sforzo di dare sostanza e tradurre nella pratica dell'edificio gli altrimenti opachi, perché astratti, numero e geometria, di vivificarli attraverso la loro concretizzazione nel simbolo, solo capace di comunicare l'indicibile.
L'architettonica del libro esprime, attraverso lo snodarsi coerente dei capitoli, la trama di rapporti e scambi culturali nello spazio e nel tempo, che dall'Umbria si dipartono dapprima verso le regioni confinanti, e poi anche e soprattutto verso la Grecia, l'Europa del nord, la Francia, la Russia, in un tensione creativa e politica a far inizio dai primi secoli del cristianesimo ai nostri giorni post post-moderni, forte tessuto connettente, un micelio in cui cercare le articolate radici di ciò che chiamiamo Europa.
Ciò che abbiamo trovato di particolare interesse, è il capitolo in cui si parla della ristrutturazione dell'ingresso alla cripta di S. Benedetto a Norcia, vero gioiello architettonico realizzato da Adelbert Gresnicht nel 1912, che lo ridisegnò completamente con archi e marmi e ne scolpì ai lati due leoni.
Gresnicht fu architetto pittore scultore e lavorò intensamente per es. a S. Anselmo in Roma, ma anche in Brasile, America del Nord, Cina, è una figura chiave che ci collega direttamente alla Francia, grazie alla sua frequentazione di Gide e dell'ambiente fiorentino legato ai pittori Sérusier e Verkade, i quali avevano seguito Gauguin direttamente a Pont Aven o a Parigi, sul finire degli anni ottanta del secolo XIX, e che in seguito confluirono nel gruppo dei Nabis, gruppo di grande importanza anche secondo l'aspetto geografico, perché estese le coordinate della pittura gauguiniana dalla Francia al Belgio Olanda Germania.
Ma soprattutto Gresnicht portava in Umbria la cultura tedesca da cui proveniva, fu infatti monaco benedettino in Baviera alla scuola d'arte di Beuron, tanto che ebbe l'incarico di Norcia grazie all'impegno di Lenz, che della scuola era stato il fondatore e che lo indicò come la persona adatta per quei lavori in cripta.
Lo stesso Lenz, da giovane monaco pittore, aveva affrescato l'abbazia di Montecassino secondo i criteri della sua arte. Essa si basava sul Canone, un insieme di regole che Lenz sviluppò in seguito agli studi, compiuti a Roma e Monaco, dell'arte greca e soprattutto di quella egizia. Si trattava per lui di sviluppare un'arte fatta di stabilità di forma e di caratteri immutabili, in contrasto con la variabilità della percezione soggettiva. Questi caratteri sono fondamentalmente di ordine matematico e geometrico, e Lenz li ritrovò nella natura, e, in una forma già elaborata, nell'arte egizia, che della natura fu attenta indagatrice. Ancora una volta ci troviamo, come nel lavoro di Renzo Piano di cui abbiamo detto sopra, davanti all'enigma del numero, dell'armonia geometrica, del simbolo.
Natura-cultura, i kimono di Shimura
Al museo Bröhan di Berlino, nel quartiere di Charlottenburg, è in corso (fino al 6 settembre) la mostra " Kimono", che è innanzitutto un silenzioso indiretto ma concreto omaggio alle vittime delle bombe atomiche nel settantesimo anniversario dei bombardamenti sul Giappone. Si tratta di mostra di chimoni e tele prodotti da due generazioni, Fukumi Shimura la madre e Yoko Shimura la figlia, che coniugano nell'oggi la cultura giapponese tradizionale del vestire e del sentirsi parte del tutto con la vocazione internazionale del sentirsi in sintonia con popoli e culture geograficamente lontane, nella convinzione che ogni cultura è parte della terra della natura del cosmo. Così in un kimono è incastonata con filo d'oro la parola "Opera", omaggio ad una raccolta di poesie giapponesi del '700 e insieme all'opera italiana, un'altra si intitola " Othello ", una ancora " Santa Clara " , la santa amica di san Francesco, con la cui scelta di povertà e dedizione le Shimura si sono sentite molto in sintonia, visitando gli affreschi di Assisi, Tagore inspira un'altro chimono, colorato con erbe indiane, " Isfahan ", " Cattedrale bianca ", oppure una tela in cui è incastonato un ritratto ispirato alla "Dama con ermellino" di Leonardo da Vinci. La loro ispirazione può venire da una poesia, un prato, un corso d'acqua, comunque si tratta sempre di un sentimento che traducono in colore e forma . " In ' Vento sul campo ' , scrive Fukumi, ho rappresentato l'immagine del vento, che morbido accarezza i campi, nella forma di un abito del teatro No ".
Il delizioso museo che ospita la mostra è esclusivamente dedicato all'arte liberty e deco, una collezione di mobili quadri e oggetti preziosi iniziata una generazione fa da Karl H. Bröhan e proseguita ora dal figlio. Il posto giusto per ospitare questa espressione attuale dell'arte, giapponese che tanta parte ebbe in quella europea di fine '800 e inizio '900.
Al primo piano trovano il loro habitat naturale i kimoni di Fukumi e Yoko Shimura, "dopo Parigi siamo riusciti ad averla noi questa mostra, vincendo su molte altre istituzione che l'avrebbero voluta" mi dice orgoglioso il custode con cui mi intrattengo all'uscita, consapevole dell'omaggio silenzioso che la mostra rende ai morti per le bombe atomiche sganciate dagli americani sul Giappone nell'ultimo conflitto mondiale. Dopo Berlino la mostra tornerà in Giappone.
Fukumi Shimura, nata nel 1924 nel Kansai, ha iniziato subito dopo la seconda guerra mondiale a raccogliere erbe, produrci colori tingere fili di seta tesserli e formarne chimoni. Ogni erba una storia un solo particolare colore una stoffa. Questa sua arte è molto apprezzata in Giappone, dove Fukumi nel 1990 è stata nominata monumento nazionale vivente, e dove ha collezionati numerosissimi premi e medaglie, tanto che, oltre alla scuola e galleria " Ars Shimura " a Okazaki presso Kyoto, ha appena aperto una succursale a Sagano. La figlia Yoko, nata nel 1950, lavora con la madre dal 1981.
Subito dopo le sale dedicate ai chimono, il museo ha organizzato l'esposizione di alcuni pezzi della propria collezione ispirati al Giappone, e cosa molto interessante, in ogni vetrina, accanto alle indicazioni dei singoli pezzi, è esposta la foto e le indicazioni dell'oggetto giapponese da cui l'artista europeo si era lasciato ispirare.
Le signore Shimura fanno da sole i colori per le tinture, assolutamente naturali, pestando e bollendo i vegetali che si fanno arrivare dalle isole dell'arcipelago giapponese. È qui che si nasconde la filosofia della loro arte, ispirata oltre che allo Zen del proprio bagaglio culturale, alla teoria dei colori di Goethe, studiata con particolare cura e costanza, all'afflato cosmico dell'idealismo del filosofo tedesco Schelling e alla teosofia di Steiner, molti i loro libri e le pubblicazioni al riguardo, perché ritengono che i colori siano un mezzo fondamentale di espressione personale e insieme universale, non un'emozione passeggera, ma una realtà da studiare, meditare, ridare nel concreto della seta.
Un filmato ci fa vedere la loro casa, l'atelier, il giardino, mentre ci arriva dalle loro voci la profonda consapevolezza di ciò che fanno e che ci guida ad entrare nel loro personale giardino zen, fatto di chimoni dai colori delicati, che restituiscono in forma di energia vitale, a chi li indossi o anche solo li ammiri per pochi minuti in queste sale, tutta l'armonia e il coraggio della natura da cui provengono.
Poi naturalmente, per chi sia curioso, oltre ai chimono può visitare il resto del museo e vedere così dei pezzi unici, frutto dell'amore collezionista di due generazioni per un'arte in fondo tanto vicina a noi eppure già così lontana che per gustarla si va a Barcellona dal Gaudì o ci si aggira per i mercatini di Praga e Bruxelles.
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