giovedì 26 luglio 2012

F.M. "Il nichilistico "Don Giovanni" di Mozart a Stoccarda"

Il 25 luglio la tv tedesca ha trasmesso live da Stoccarda la prima del "don Giovanni" di Mozart. Era stata molto pubblicizzata come una nuova messa in scena dentro e fuori il teatro, perché, oltre ad essere trasmessa in tv, sono stati allestiti degli schermi all'aperto ed il pubblico ha risposto numeroso e festante, con banchetti di wurstel ecc.e un intrattenitore qui molto noto grazie ai suoi programmi tv, Harald Schmidt, tra il pubblico nell'intervallo a registrare festa e umori.
La regia di Andrea Moses, coadiuvato da scenografi e costumisti, é molto attualizzante, i cantanti per lo piú giovani e di tutti i colori : Don Giovanni giapponese, Zerlina nera (è corretto scrivere cosí?chissa?!), ecc.In breve Moses ha narrato la storia di un moderno erotomane (ma non bisessuale), che non se ne lascia sfuggire una, cinico e sprezzante, che si diverte a far del male un po' a tutti, per primo Leporello, suo servitore e, si sarebbe detto in altre interpretazioni, non questa, suo alter ego.
 La storia, come vuole Mozart, finisce male, ma non come da lui previsto : niente inferno, nessuna sfida all'al di lá, alla metafisica, un suicidio con colpo di pistola alla testa, a conferma dell'indifferenza alla vita, innanzitutto la propria. Cosí come  anche il sesso, perseguito senza uno scopo, senza vero piacere, ma invece coazione a ripetere, senza una sfida, non mosso alla ribellione da uno spirito oppresso. Nihilismo puro.  Come Don Giovanni, cosí le sue amanti. Non c'é seduzione infatti quando la "vittima" non é tanto consenziente, quanto invece alla ricerca di avventura, purché sia. Sulla scena una umanitá divertente e stanca, senza desideri, aspettative, sogni, idee, neppure quella di "usare" il sesso per...e qui ciascuno metta quel che vuole.
La vita, una farsa che si trascina nella solitudine individuale e abissale di ciascuno e di tutti, costretti nella macchina teatrale perfetta costruita a suo tempo da Mozart secondo una evidente altra logica. In ció Moses attualizza, e risulta evidente proprio nei momenti di maggior stridore con la gabbia drammaturgica mozartiana, e il suo "Don Giovanni" é moderno, cosí per come la maggioranza degli intellettuali concepisce oggi il "moderno", in tutti i campi, e dunque anche in quello artistico. Una "fotografia" nichilistica della realtá, che é la facile interpretazione della vita e della societá, all'interno della quale ci si mette in fila per raggiungere
sovvenzioni e successo. La fotografia é invenzione, interpretazione e non documentazione, come sanno bene i fotografi.





sabato 7 luglio 2012

F.M. "La cultura è un nuovo uovo fresco ogni mattina?"

In Germania si discute moltissimo in questi giorni sul futuro della Gemäldegalerie di Berlino, il museo che raccoglie capolavori dell'arte europea dal  14. al 18. sec (e il cui responsabile per la parte italiana è Roberto Contini). Le considerazioni di ordine economico di tutta la faccenda non sono secondarie: l'arte moderna e contemporanea "tira", fa registrare buoni incassi, dunque va promossa. Fin qui tutti d'accordo. Ma va promossa a spese dell'arte precedente, appunto quella della Gemäldegalerie, e qui iniziano i problemi, e le discussioni, gli appelli, la sommossa dei professori. Il museo deve sgombrare dal Kulturforum (lo spazio vicino alla Potsdamer Platz) e le sue sale riempirsi di "oggetti" contemporanei, la cui quantità straripante non è piú possibile contenere nella vicina Nationalgalerie di Mies van der Rohe. La Gemälde dovrebbe emigrare nelle sale del museo della scultura al Bode-Museum, in parte, la maggior parte invece finire negli scantinati, finché non sarà costruito un nuovo edificio atto a contenerla, nei pressi del Bode-Museum. Ma naturalmente ciò significa che almeno ad una generazione sarà negata la possibilità di entrare in contatto con le radici della nostra cultura. La domanda è: ce lo possiamo veramente permettere? Uno degli argomenti dei "nuovisti" è che così si avranno due poli, uno per l'arte moderna-contemporanea, uno per l'antica. Una vecchia utopia, che risorge di tanto in tanto soprattutto a Berlino, e che ha a che fare più con la coazione psicologica classificatorio-burocratica che con fatticità reali: infatti tutta la città è disseminata di musei contemporanei e antichi, riunirli (e qualcuno dopo la caduta del muro aveva proposto anche questo) è impossibile, dispendiosissimo, pazzesco. È ammirevole che si dispongano tanti soldi per la cultura (minimo 200 miolioni di euro), molto meno il progetto di politica culturale che questi soldi sorreggono e promuovono. Fare spazio all'arte contemporanea, certo, ma perché a scapito della cultura? Sarebbe come creare cattedre di inglese sopprimendo quelle di filologia, un non sense. Perché questa febbre di nuovismo brado, di uovo fresco ogni mattina? per pura avidità? per pura stoltizia? Le aste e la crisi, insieme a speculanti attivi e passivi, hanno creato il boom di massa di un'arte sempre più veloce e costosa, ma chi gestisce la cosa pubblica, anche per le generazioni future, non dovrebbe avere uno sguardo più lungimirante verso il futuro e verso quel passato che  é stato futuro, invece di pensare che siamo nati oggi? non le "converrebbe" avere uno sguardo storico  e basarsi su una teoria della conoscenza non appiattitita sulla riproduzione della banalità del quotidiano (teoria che i migliori tra i fotografi hanno da tempo abbandonato)? perché intendono  "converebbe" in senso solo monetario?

lunedì 27 febbraio 2012

"Un giorno questo dolore ti sarà utile" film di Roberto Faeza

Un pensiero mi nasce immediato appena visto questo film. Le cose care vanno tenute care. Senza lasciarsi distrarre dalla fretta dell'andare oltre, fretta che per lo più nasconde la paura di essere di consistere. Le cose che contano, perchè le amiamo, vanno riconosciute in tutta la loro intera importanza, e l'intelligenza ci aiuta a tenercele accanto, trovando le forme e i modi, adatti e spesso tanto semplici quanto inusitati. Solo l'intenzione certa che esse contino fa sì che si riesca a salvarle dando loro il loro "giusto" posto .

mercoledì 15 febbraio 2012

"vedere abissi là dove sono luoghi comuni"

" e se l'idea di scultura non riguardasse
la creazione di un ornamento, bensì di uno
 strumento di indagine? " (Tony Cragg)

"vedere abissi là dove sono luoghi comuni"
(A.Webern-K.Kraus)


"l'uomo è soltanto il vaso nel quale viene versato ciò che la natura universale vuol esprimere"(A.Webern-Goethe)

domenica 5 febbraio 2012

riflessioni

 1

                                                     SATOR
                                                     AREPO
                                                     TENET
                                                     OPERA
                                                     ROTAS

Quadrato magico e formula magica latina (il contadino Arepo guida con il lavoro l'aratro). Si può leggere in tutti i sensi: dal basso, dall'alto, da destra, da sinistra. Per A.Webern è la cifra del proprio lavoro.


2

Mi chiedo: e se l'arte contemporanea non fosse, come per lo più si dà per ovvio, un'arte per i sensi, per l'udito per l'occhio,ecc, ma per l'anima? Che l'arte "medievale"sconvolse le regole, pur ancora ben note, di quella precedente adottando un paradigma dell'anima, è penseiro condiviso. La stessa cosa é avvenuta poi con il volume e lo spazio prospettico. E' allora possibile che anche questa nostra arte contemporanea non sia per rivolgersi solo al corpo e alla materia, e in modo scisso e contrapposto allo spirituale?
In che senso?

3

Il mercato ha bisogno di novitá per sorprendere invogliare guadagnare .
L'arte é come l'angelo di Klee, va avanti solo guardando indietro. L'andare avanti é fatto della materia del  passato. Nel presente, passato e futuro si incontrano.

venerdì 16 dicembre 2011

Melancholia di Lars von Trier  (Fernanda Mancini)


Film bellissimo, a cominciare dal prologo, che come in un inizio di sinfonia sintetizza i temi principali, "mette in scena" i punti essenziali, che la vicenda poi svilupperà, aiutando così la nostra attenzione a focalizzarsi da subito sui nodi che von Trier ritiene significanti, aiutando la nostra Stimmung a con-formarsi.
Una vera e propria messa in scena, perchè il ricorso alla letteratura visiva è grandissimo ed originale (non solo nel prologo). Ma soprattutto domina in questo inizio la potenza non della natura, ma del sublime nella natura, un convissuto riferimento kantiano, declinato sulla scala negativa di questo secolo e del precedente. Maestose invenzioni sceniche di mondi e di stelle, di fiumi acque volumi arborei e l'uomo, anzi la donna   presa dalla nella e per la natura, legata e stregata, invischiata e sapiente. Pezzo di natura essa stessa, in lotta con se stessa, il prezzo del suo sapere: la melancholia, fatta della materia di Saturno, che colpisce artisti e scienziati, come ci dice Duerer attraverso Panofski.
 Non resta che accettare, accogliere perchè qui è la forma possibile del sapere, il punto in cui vita e sapere sono uno. Niente si dimostra il sapere scientifico, tentativo di domare l'indomabile, piccola conchiglia per il mare troppo grande dell'universo, che conduce al niente, che non è quello della paura, bensì quello del ridicolo, dell'inconsistenza e del tradimento, una dichiarazione di fallimento che investe, a retrocedere, tutte le cellule del prima, da qui il ridicolo-patetico del marito di Claire, che si precipita nel suicidio.
Il rapporto tra le sorelle alla fine inverte il segno, e l'equilibrio di Claire, incapace di accogliere e di sapere, si affida  al più consapevole malessere di Justine, per salvare, nel ritorno dell'insignificanza umana alla prepotenza della natura, la dignità della fine e l'amore per sè, per la sorella per il figlio.

lunedì 12 dicembre 2011

Recensione mostra "lo Spazio le Cose i Frammenti" - Colonia

“Lo spazio le cose i frammenti” Recensione di  Juergen Kisters alla mostra di F.M. presso l'IIC di Colonia 2010

 Giovedì 18.3.2010   Kölner Stadt-Anzeiger




                     Anche gli Angeli sono disorientati

Fernanda Mancini presenta all’Istituto Italiano di Cultura il suo personalissimo linguaggio visivo

di Juergen Kisters


Tra la gigantesca quantità di immagini stimolanti e di temi che percorrono la nostra cultura post-moderna, spesso non sappiamo neppure più dove abbiamo la testa. Dati di fatto e possibilità sono quasi indistinguibili gli uni dalle altre. Tutto e niente sembrano trovarsi più vicini di quanto ci piacerebbe. E così ci domandiamo sempre di nuovo : che cosa è importante? e innanzitutto perché?
In mezzo a questa opacità che confonde, l’artista cerca di indicare un paio di temi che sono basilari. “Lo Spazio Le Cose Il Frammento. Sul Terreno del Sacro” si intitola la mostra dell’artista romana presso l’Istituto Italiano di Cultura di Colonia. Qui ci porta davanti agli occhi, attraverso numerosi lavori di  piccolo formato, un linguaggio visivo totalmente personale della enigmaticità.
Bolle di colore si accalcano verso l’interno o verso l’esterno. Figurine non più grandi di fili di capelli si aggirano tutto intorno come animaletti ciechi. Frammenti fotografici di oggetti ed elementi disegnati si intrecciano come a scontrarsi o insieme fluire. Le costruzioni astratte dell’avanguardia artistica del 20. secolo incontrano le forme arcaiche dei tempi originari, e le immagini di strutture scientifiche si trasmutano in fluido scambio con le forme fantastiche dell’inconscio.
Non da ultimo  l’insoddisfazione verso una scienza che si occupa  solo di concetti e parole ha portato l’artista, dopo lo studio della filosofia, alle arti visive. Nella poesia dei suoi collages disegnati, aspetti centrali dell’ontologia, dell’epistemologia e della fenomenologia sono chiamati a condurci oltre gli scarni concetti della filosofia verso un sapere che si fa plastico e chiaro. Giocosamente mostra con pochi tratti che cos’è lo spazio, una zona delimitata che crea un fuori ed un dentro, che può essere vasta o angusta e che stabilisce in modo determinato i movimenti degli uomini. Un paio di allusioni sfocate  su frammenti di fotografie ci fanno riconoscere le cose come elementi che portano ordine e senso nelle nostre vite. Basta un frammento e noi vediamo già l’intero. Tuttavia, lo stesso ordine delle cose non è irrevocabile, così come spingono all’unità, esse conservano anche in sé la tendenza ad andare in pezzi. Questa forza esplosiva è così affascinante quanto la legge che provenendo dal più profondo tiene insieme le cose e il mondo. Precisamente in questo punto l’arte di Fernanda Mancini conduce il sapere delle cose nella sfera del sacro, dove è di casa da sempre l’indescrivibile e l’incomprensibile.
E allora riconosciamo nei suoi quadri falci di luna, angeli disorientati, case rovesciate, mani che afferrano il vuoto, circonferenze, frecce, piante che crescono nel centro del mondo e tutto intorno ombre indeterminate. Qui dappresso cominciamo a sentire che tra i nostri sogni notturni e ciò che chiamiamo realtà non scorre alcun netto confine.

Istituto Italiano di Cultura do Colonia
Fino al 5.4.2010