sabato 16 agosto 2025

Fernanda Mancini "Episodio tre. In sette movimenti" edizioni Il Bulino, 2025

Finalista al Premio Lorenzo Montano 2023
Episodio tre è la raccolta di sette scritti, un po' racconti brevi o brevissimi, un po' Tao, quache pensiero e un paio di poesie che ripensano il mito di Apollo e Dafne ambientandolo, com'è pure verosimile che sia, tra Atene ed Eleusi, riconsiderato alla luce dello sguardo introspettivo, consapevole dei benefici che delusioni e sconfitte possano apportare, e così che forgiato si ritrae in sé, e ancor prima di cercare all'esterno il colpevole, si volge ad un esame attento e indifeso del suo proprio mondo interiore, giacché si chiede: quali sono gli affetti e le mancanze o anche le esuberanze che hanno reso possibile, creandone le condizioni, la situazione di dolore che sembra ora sommergermi? Dafne registra, qui nel libro e grazie ad Amore, un affinamento della coscienza necessario a compiere quel salto oltre il buio delle paure e l'indifferenza della prima gioventù, e conquistare la distanza necessaria a rivedere il già noto con occhi nuovi.
Ringrazio davvero Roberto Giardina per la sua generosa postfazione.
 
Ringrazio gli amici Antonio Padula Francesca Pioppi Edoardo Silvestroni, che hanno condiviso con me impressioni e commenti alla lettura libro. Publico in ordine di arrivo. 

Immagini nelle immagini, nelle parole, nei segni pittorici.
Dai fenomeni agli archetipi. Dai simboli ai miti. Come una linea senza termine che conduce una danza ancestrale, che solca la memoria e ci restituisce il cielo, la terra, l’acqua, l’aria, la divinità del tempo senza tempo, dell’istante in cui tutto è presente, si consuma e rinasce.                                                                                                     
Antonio Padula


Letto tutto d'un fiato, troppo velocemente in verità per una lettura che si richiede più meditata. Ma mi ha catturato, avvolgente come un incanto musicale. Il fascino l'incanto e la poesia del mito e del sogno, la profondità del pensiero e della psicanalisi: grande spessore come sempre le tue creazioni.                                                                   Francesca Pioppi



Cara Fernanda, (...) consentimi d’iniziare, perciò, da quell’elemento introduttivo che mi sembra sia realmente fondamentale al fine di poter procedere innanzi nella disamina della tua opera, senza troppi intoppi, e, magari, anche con qualche giravolta; intendo riferirmi, cioè, a quel che scrivi nel ‘Prologo’, sotto il titolo: “Il Rocchetto”, che è anche, nello stesso tempo, il primo ‘movimento’ della ‘sonata’, con cui, com’è naturale che sia, ben presenti, e rappresenti, il tuo: ‘Episodio tre. In sette movimenti’; e, nello stesso tempo, annunciando al lettore, ma, nella sostanza, mettendolo in guardia, che, tra le altre cose, continuando ad inoltrarsi nella lettura, sarà particolarmente sorpreso di trovarsi immerso, in maniera apparente ma, sottilmente sostanziale, in un mondo ‘altro’, smisuratamente astruso e atemporale, quasi alla maniera di Escher. E solo per esordire con una prima, subitanea, impressione devo dire che salta subito agli occhi l’ardita complessità del tuo postulato, complessità che caratterizza non soltanto il ‘Prologo’ o ‘Il Rocchetto’, ma, in verità, tutto l’intero testo, tanto che lascia aperte al lettore infinite strade ed inesauribili percorsi di lettura e d’interpretazione. Nel vagliare il tuo scritto, però, ci si rende subito conto che si rischia seriamente d’impantanarsi in un inestricabile groviglio di congetture, alle quali, poi, il dare un seguito diverrebbe impresa improba, anche per il più incallito fra i critici. A questo punto, quindi, non posso far altro che superare questo iniziale intoppo e procedere oltre, ma non prima di aver fatto un passo indietro per ritrovare il capo di un filo che, sin dall’inizio, è già fin troppo attorcigliato; un passo indietro che mi porta a riconsiderare le parole di Mara Cini, quelle che anticipano il ‘Prologo’, con le quali si preannunciano, ma solo in un breve accenno, le sensazioni di simbiosi semantica fra parole e immagini con le quali volgi e capovolgi il tuo, e il nostro, ‘reale’, infine, sprofondando il lettore nell’assoluto immaginario, allo stesso tempo, pregno di una, sia pur relativa, concretezza materica. Maria Cini, in effetti, considerando il dialogo tra testo e immagini, in questa relazione, apparentemente illogica, con la quale si “costruiscono continui rimandi”, certifica che si realizzano le condizioni per quelle “sfide semantiche senza soluzioni univoche”, come ella le definisce, con ciò determinando la formulazione della domanda finale che la stessa Cini si pone, e ci pone: “ma non è anche questa una percezione falsata e, dunque, un nuovo interrogarsi sui significati?”. È, questo, un invito esplicito a praticare la ricerca dei tanti significati, per lo più, oscuri, ignoti e profondi, pur nascosti tra reminiscenze poetiche, o, meglio ancora, un sollecito sulla scorta del quale si può procedere speditamente nella ricerca non soltanto dei generici significati tout court, ma, forse, di un insieme di contenuti, seppure accomunati, concentrati e ridotti ad un solo, unico ‘significato’ profondissimo, anzi, forse il solo, unico significato idoneo a rendere l’essere umano ‘consapevole’ di sé stesso e del mondo che lo circonda, alla maniera dei tragici effetti, secondo la Bibbia, della mela colta e mangiata da Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre. In termini più espliciti e, forse, più semplici, “Episodio 3. In sette movimenti”, è un’opera che può essere considerata, per il momento, come l’ennesima tappa, forse la terza, siccome chiaramente scrivi nel titolo del libro, da quando, suppongo, di fronte all’ennesimo bivio, o trivio che sia, hai imboccato (o proseguito?) questo particolare ‘sentiero’, problematicamente praticabile. Per chi conosce, seppure poco e molto sommariamente, il tuo percorso personale, intrapreso già da qualche tempo, e vuole comprenderlo meglio senza timore di incappare in sempre possibili abbagli, si può indirizzare tranquillamente verso la nota finale del libro, quella stilata da Roberto Giardina, dal titolo: “Sinfonia di immagini e parole” in cui si riassume non certo il senso generale del tuo lavoro, ma, con illuminata ragione, la complessa semantica del tuo percorso, soprattutto, quando egli sostiene che: “...i suoi disegni non sono illustrazioni del testo ma ne fanno parte...”; e non da ora, aggiungo io. Soprattutto, ed è necessario dirlo, la magia della tua narrazione non deriva certo dalla contaminazione con il pensiero del ‘mago’ Jung (che, al più, potrebbe considerarsi appena ‘corresponsabile’) ma esclusivamente dalla tua mens poetica, dalla tua percezione estremamente aperta sul mondo che ti circonda, tutto il mondo, senza limiti, perché anche l’intero universo appare ‘caoticamente ricomposto’ nella tua semantica. Ne sono l’indiscutibile prova il rocchetto, la porta, il lago, Nam, il Mago, Apollo e Dafne, Dioniso e Pan, che, in effetti, all’interno della tua, peculiare poetica, non sono altro che semplici simboli, archetipi di un sentire molto particolare, i quali, attraverso la più intima narrazione, concorrono a dipanare non solo la tua, ma anche la nostra, coacerva matassa psicologico-culturale, movimento dopo movimento. Tutta la simbologia richiamata nel libro si riassume, in maniera quasi univoca, in quel che rappresenta il mitico Uroboro, l’animale mitologico a forma di coccodrillo o di serpente, attinente, stavolta, non più alla mitologia greca, ma a quella egizia, che rappresenta l’eternità e il cosmo assieme, il quale, mordendo la propria coda fino a formare un cerchio costituisce l’esplicitazione del tempo ciclico o, meglio ancora, dell’eterno ritorno al quale il tuo ego sembra suggerire il singolare destino. E, per entrare in maniera più precisa e decisa nel merito del tuo libro, riprendo l’avviato mio excursus con l’esprimerti, ancora una volta, la mia ammirazione per un testo davvero particolare, di cui tutte le belle immagini che lo accompagnano sono veramente parte integrante, anzi, sono parole esse stesse, tuttavia immaginate, immaginarie e immaginanti. Insomma, la cosa che mi ha più colpito, e potrebbe sembrare ovvia, è la tua bella ed erudita poetica concettuale che, a tratti, assume la forma del “flusso di coscienza”, tanto che ne risulta una litania continua nell’evocazione di quegli etimi che erompono spontanei dalla tua mente, talvolta assumendo quasi la valenza di casuali assonanze, di scarti sillabici, d’etimi concatenati, creati per amplificare il senso stesso del tuo sentire nel quale ti lasci sprofondare, trascinando con te anche il lettore. Insomma, la tua è una narrazione concettualmente poetica, trasmessa attraverso quel senso razionale e raziocinate, tuttavia emozionante e poetico, che ti caratterizza, raggiunto per canore assonanze, sfuggenti richiami lessicali, formulazioni concettuali apparentemente casuali, in cui le immagini, mischie alle parole e parole esse stesse, come già detto, contribuiscono a dilatare quegli stessi sensi, a renderli addirittura ‘concreti’ attraverso un qualsiasi riferimento, spesso marginale, che, il più delle volte serve ad indicare un cambio di direzione, un nuovo percorso mentale ed emozionale. E non è una mera sensazione che suscita, giammai univoca, ma un ammasso globulare interstellare immerso in un caos ordinato e ciclico, un linguaggio pur certamente forbito ma concentrato e concatenato che genera sempre nuove sensazioni ogni qual volta si rilegge lo stesso paragrafo, anche a distanza di pochi minuti. Ed è questa la testimonianza più chiara e tangibile del grande valore intrinseco che la tua bella opera ci dona. Infine, se, in apparenza, lo lasci soavemente sottendere, tuttavia, in realtà, espliciti chiaramente che il tuo vagabondare è un continuo e, talvolta, affannato errare per mondi e universi, i più vari, in cerca di qualcosa di cui non sai bene cosa sia ma che, almeno nel desiderio, dovrebbe essere, certamente, qualcosa di unico e fondamentale, forse, simile a quell’attesa e sospesa eternità in cui nulla finisce ma tutto si trasforma. Con la consueta ammirazione e la stessa stima di sempre.                                                                 Edoardo Silvestroni




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mercoledì 7 maggio 2025

Scatti di Umanità ideato e curato da S.pace Me.Sia

Una bella iniziativa degli amici di Mesia dedicata ad una riflessione, che sia individuale e al tempo stesso dispiegata nell'apertura verso l'altro, organizzando, all'interno del progetto Umanità, una esposizione che raccoglie gli scatti fotografici di alcuni artisti, invitati a realizzare una foto che esprima la loro interpretazione del tema e dedicandole un breve e incisivo scritto. In due giornate ogni artista avrà così modo di parlare del suo lavoro all'interno di uno spazio-tempo dedicato esclusivamente allo scambio arricchimento e confronto di tutte quelle sfaccettature che analiticamente compongono e poi tutte insieme ricompongono il corpo del tema. Ringrazio di cuore di poter dare il mio contributo
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giovedì 3 aprile 2025

L'Alchimia e i suoi Alberi in mostra a Venezia nell'aprile 2025

A Venezia in aprile ho partecipato alla mostra “Intelligenza: ad ognuno la sua”, presso la galleria Visioni Altre curata dall'artista e infaticabile organizzatrice di momenti d'arte umanamente e socialmente  impegnata, Adolfina De Stefani. Il tema dei lavori che ho esposto è l'Alchimia, due grandi stoffe dipinte con acqurelli inchiostri e acrilici, ed alcuni lavori in formato 40x50, su carta a mano, che ho realizzato con tecnica mista, si potrebbero chiamare "Paesaggi d'anima", o forse anche fantasie metamorfiche di alberi e boschi. Va da sé che gli alberi metamorfici esprimono in altro linguaggio, lo stesso tema degli alberi alchemici, rendere visibile l'invisibile che è le cose stesse, quando le guardiamo con il giusto sguardo. La trasformazione è un processo che trasforma le cose e la nostra vita, disegnando il filo rosso che collega noi e loro e corre attraversando tutto.

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venerdì 31 maggio 2024

"Trasparenze" il mio testo sull'arte di Stefania Salvadori

Avevamo un progetto comune Stefania ed io, e l’abbiamo ancora, aprire i nostri studi per un tempo necessariamente breve (perché poi ci si torna a lavorare!) per mostrare ad amici e interessati il procedere, fermato ogni volta nella concretezza della mostra, del nostro ricercare in arte. Ma siccome lei è bravissima e infaticabile mi ha preceduta, così nel pomeriggio di sabato 1. giugno apre il suo studio per l’esposizione dei suoi ultimi lavori, titolo “Lavori di Stefania Salvadori” appunto. Abituata all’equilibrio della centratura dal lavoro di psicoanalista, per questa occasione ha prodotto anche un libro di accompagnamento ai lavori, io vi ho scritto una breve nota.***************************************************************************************+ Stefania 2024 “Trasparenze”************************************************* Piccoli gesti quotidiani, drammatizzazione. Prove di espressività gestuale, linguaggio del corpo. Piccoli gesti quotidiani, enigmatici fascinosi, stesi a volare tra evanescenti e rarefatti bianchi di nuvola e le preziosità dell’oro e della consapevolezza, la ripetizione li salva dislocandoli nell’anfiteatro etereo di questo spazio trasformato, dove noi spettatori siamo chiamati a vivere la discesa che purifica sacrificando l’ingenuità in silenzio ammutolito e meditante. Chiamati a vivere le mille vite che siamo. A soffrire nel silenzio, patire nell’intuizione, la propria e l’umana tragedia, ma anche, e qui l’arte si fa sottile e potentemente penetrante, il senso, che appena si adombra, di un chiarore in lontananza: la trasparenza è l’arte praticata da Stefania, compatta la superficie con la profondità, ne fa una cosa sola e dalla pelle parla molto altro. Linguaggio del corpo, dicevo. Disseminati ovunque bianchi veli avvolgono ornano e piuttosto coprono, accompagnando lo scorrere di semplici gesti quotidiani, atti della vita, come Stefania li ha colti e fissati sulla tela. Accanto, nel mezzo, la molteplicità dell’io si annuncia sotto la superficie del corpo nudo, la nudità della superficie che indossiamo quotidianamente e offriamo all’evidenza ingannatrice dello sguardo, i conflitti invisibili nascosti sotto la pelle. Molte le donne con cui la nube bianca gioca, la giovane la bambina la madre e ancora lo stesso vaporoso bianco avvolge la sposa, una macchia di nero a nascondere l’assenza di volto. Tutte sembrano quasi foto di scena, fermate un attimo prima oppure dopo la rappresentazione, il che è indifferente, la rappresentazione è sempre ora, in ogni momento, e proprio perciò è anche sempre già stata. Tutte intrinsecamente figure sostanziali di questo dramma della vita che Stefania ha scritto tela dopo tela, episodio dopo episodio, nel tempo della sua vita, nei suoi umori e Erlebnisse, e che hanno la forza di uscire dalla trama solo apparentemente occasionale dell’evento personale e divenire vera rappresentazione di uno sguardo teso a cogliere nella singolarità il destino, la storia di ciascuno. Lo scorso anno, Stefania fissava sulle pareti di questo suo spazio d’arte (come notavo allora, luogo certo non semplice, anzi complesso di varie stratificazioni), fissava il movimento danzante dei corpi delle donne, “le forme leggere e movenze armoniose”, scrivevo nell’occasione, però “qualcosa si nasconde nei sottili stridori” che sentivo emergere da ombre nascoste in agguato, “un dolore sommesso”, che serpeggiava sprigionandosi dalla praticata arte della contrapposizione di bianco e di nero, rari gli “altri” colori, e colpita scrivevo “Osservando attentamente mi rendo conto che il lavoro dell’artista è un “mettere in scena”, e qui emerge una vicinanza, forse inconsapevole – ma non importa -, da un lato al teatro della tragedia greca, la cui forma originaria è la dedicazione, officiata con il sacrificio di un capro e dunque anche l’affinità della storia messa in scena al dio Dioniso. Dall’altro la vicinanza alla finalità catartica della tragedia: vedersi agire, attraverso gli attori “Persone” del dramma, nelle proprie intime e nascoste passioni, è portarle emozionalmente e in un lampo di esperienza alla consapevolezza, è catarsi nel senso che è il movimento per cui, nel proprio intimo, ciascun spettatore rivive i passaggi della tragedia nel contesto del proprio agire e delle proprie passioni sul palcoscenico quotidiano dei desideri, della famiglia e della città”, Dioniso, congiuntamente dio del riso sfrontato e del pianto smembrato. Dal conflitto, cucinato da Stefania nelle storte del suo laboratorio al piano inferiore, dove avviene il processo di creazione artistica, durante il quale la coscienza dell’artista cresce con le sue creature e la personalità ordinaria si trasforma in creatrice, da quel conflitto è ora germogliata la piena consapevolezza della forza della rappresentazione. Perciò ciascuno, a condizione di guardare con l’anima, può giustamente riconoscersi nell’uno nessuno e centomila che agisce sulla tela, esattamente come può fare, a catarsi compiuta, nella vita che conduce, e che solo l’arte sa e può stanare con un semplice gesto, un accento. I gesti sono stati trasformati da Stefania in gesta, che simbolicamente dal palcoscenico-parete si sono aperte la strada verso l’interno dell’interiorità, muovono e commuovono, attraversando la staticità dell’io-spettatore, quasi guscio ormai, scorza che sta per essere superata da una nuova consapevolezza. Il sommovimento interno al guscio porta dolore finché scatta il battito della farfalla.
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lunedì 6 maggio 2024

Alcuni miei lavori pubblicati nel libro "Registri d'arte", di Mariano Apa

Nei ciclici sommovimenti dello studio, mio luogo di ricercato e felice isolamento, gli scritti si affastellano alle cose raccolte per strada, ai lavori finiti, ai tentativi abbandonati per un altro momento, alle brutte copie delle poesie agli studi di nuove intuzioni, gli inviti alle locandine e ai libri, perché vige la regola "Non gettar via nulla!". Ogni tanto però cerco almeno di fare ordine, ma dura poco e poco è il tempo da dedicare a questa cosa, sicché quasi sempre è caos. Però è un disordine capace di sorprendermi, di donare nuovi sguardi su vecchie cose, di scoperte di affinità e legami maturati proprio lì nel miscuglio alogico del caos, che ormai è un caro amico compagno di vita. Di lì è riaffiorato un libro dove sono pubblicati alcuni studi che feci tempo fa sulla scuola d'arte di Beuron - in Baviera - e sul Canone di Lenz, ripreso da Paul Sérusier tra la fine dell'800 e l'inizio del '900. Sérusier aveva prima già incontrato Paul Gauguin e faceva parte di quella ristretta compagine di pittori che raggiungeva il Maestro a Pont-Aven in Bretagna. Dunque perciò aveva elaborato una sua ricerca e uno stile tenendo conto di entrambe le esperienze. Il libro riemerso è di Mariano Apa, "Registri di Arte. Le necessità del Sacro. Un album di Immagini", edito da Gangemi nel 2021.
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martedì 12 marzo 2024

Poesia - Tre mie poesie con il commento di Edoardo Silvestroni

Quando sei in vista di chiarezza/ non puoi più poetare e la penna/ si tramuta in timbro censoreo/ posto sulla soglia delle parole/ nell’area liminale della notte/ che stacca l’ombra dal di più/ di luce. Il sole è scuro, il sole è/ dietro l’ombre, ricco dei molti,/ che tutti insieme si passano la palla/ giocano tra i fiori anch’essi neri/ della luce che non nasconde agli occhi/ lìberi lascia e non invade di/ timbri permessi e scontatezze// Nomos è regina è dea (femminile di Dio)/ non un registro o tavola di legno o pietra/ +++++++++++fine++++++++++++++++++ Prendi un appuntamento, Tito mi disse// Non si può entrare in un elenco/ se il timore cresce e muove alla strada/ irta di buche e colli e nebbia/ pollicino si perde e cappuccetto è/ mangiata dal lupo - là le sue ossa/ e se non ora subito d’improvviso/ impulso mai si uscirà dal labirinto// Il rito vuole che danzi e giri fino/ a tornare fuori liberata. L’andare/ è gioia timorosa dell’incontro/ il canto del ritorno grida alle grida:/ lasciala passare// Immàgine mi guida alla tua porta,/ specchio sperato dell’incontro vero,/ del me nel noi, mediato nella riflessione/ che accoglie, Madre Ecclesia/ i molti all’Uno, come ritorno a casa. ++++++++++++++++fine+++++++++++++++++ Biografia// Fatto è che pongo immagini/ Il punto è di cosa, donde giungono/ dove erano o forse stanno./ Sono mìmesi di quale passaggio/ Sono il volto di se stesse in me/ Chi sono allora io che ritraggo? +++++++++++++++++++++++++++fine+++++++++++++++ l'AMICO EDOARDO SILVESTRONI HA SCRITTO: Complimenti, Fernanda! Versi davvero interessanti che si sciolgono lungo la narrazione di un percorso vitale, procedendo per un cammino che si snoda attraverso belle similitudini e delicate metafore e si conclude con quel verso escatologico finale in cui la tua anima intravede la meta e nella quale spera di trovare riposo e sicuro rifugio. #immaginazione