Ringrazio gli amici Antonio Padula Francesca Pioppi Edoardo Silvestroni, che hanno condiviso con me impressioni e commenti alla lettura libro. Publico in ordine di arrivo.
Immagini nelle immagini,
nelle parole, nei segni pittorici.
Dai fenomeni agli archetipi. Dai simboli ai miti.
Come una linea senza termine che conduce una danza ancestrale, che solca la
memoria e ci restituisce il cielo, la terra, l’acqua, l’aria, la divinità del
tempo senza tempo, dell’istante in cui tutto è presente, si consuma e rinasce. Antonio Padula
Letto tutto d'un fiato, troppo velocemente in verità per una lettura che si richiede più meditata. Ma mi ha catturato, avvolgente come un incanto musicale. Il fascino l'incanto e la poesia del mito e del sogno, la profondità del pensiero e della psicanalisi: grande spessore come sempre le tue creazioni. Francesca Pioppi
Cara Fernanda, (...) consentimi d’iniziare, perciò, da quell’elemento introduttivo che mi sembra sia realmente fondamentale al fine di poter procedere innanzi nella disamina della tua opera, senza troppi intoppi, e, magari, anche con qualche giravolta; intendo riferirmi, cioè, a quel che scrivi nel ‘Prologo’, sotto il titolo: “Il Rocchetto”, che è anche, nello stesso tempo, il primo ‘movimento’ della ‘sonata’, con cui, com’è naturale che sia, ben presenti, e rappresenti, il tuo: ‘Episodio tre. In sette movimenti’; e, nello stesso tempo, annunciando al lettore, ma, nella sostanza, mettendolo in guardia, che, tra le altre cose, continuando ad inoltrarsi nella lettura, sarà particolarmente sorpreso di trovarsi immerso, in maniera apparente ma, sottilmente sostanziale, in un mondo ‘altro’, smisuratamente astruso e atemporale, quasi alla maniera di Escher. E solo per esordire con una prima, subitanea, impressione devo dire che salta subito agli occhi l’ardita complessità del tuo postulato, complessità che caratterizza non soltanto il ‘Prologo’ o ‘Il Rocchetto’, ma, in verità, tutto l’intero testo, tanto che lascia aperte al lettore infinite strade ed inesauribili percorsi di lettura e d’interpretazione. Nel vagliare il tuo scritto, però, ci si rende subito conto che si rischia seriamente d’impantanarsi in un inestricabile groviglio di congetture, alle quali, poi, il dare un seguito diverrebbe impresa improba, anche per il più incallito fra i critici. A questo punto, quindi, non posso far altro che superare questo iniziale intoppo e procedere oltre, ma non prima di aver fatto un passo indietro per ritrovare il capo di un filo che, sin dall’inizio, è già fin troppo attorcigliato; un passo indietro che mi porta a riconsiderare le parole di Mara Cini, quelle che anticipano il ‘Prologo’, con le quali si preannunciano, ma solo in un breve accenno, le sensazioni di simbiosi semantica fra parole e immagini con le quali volgi e capovolgi il tuo, e il nostro, ‘reale’, infine, sprofondando il lettore nell’assoluto immaginario, allo stesso tempo, pregno di una, sia pur relativa, concretezza materica. Maria Cini, in effetti, considerando il dialogo tra testo e immagini, in questa relazione, apparentemente illogica, con la quale si “costruiscono continui rimandi”, certifica che si realizzano le condizioni per quelle “sfide semantiche senza soluzioni univoche”, come ella le definisce, con ciò determinando la formulazione della domanda finale che la stessa Cini si pone, e ci pone: “ma non è anche questa una percezione falsata e, dunque, un nuovo interrogarsi sui significati?”. È, questo, un invito esplicito a praticare la ricerca dei tanti significati, per lo più, oscuri, ignoti e profondi, pur nascosti tra reminiscenze poetiche, o, meglio ancora, un sollecito sulla scorta del quale si può procedere speditamente nella ricerca non soltanto dei generici significati tout court, ma, forse, di un insieme di contenuti, seppure accomunati, concentrati e ridotti ad un solo, unico ‘significato’ profondissimo, anzi, forse il solo, unico significato idoneo a rendere l’essere umano ‘consapevole’ di sé stesso e del mondo che lo circonda, alla maniera dei tragici effetti, secondo la Bibbia, della mela colta e mangiata da Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre. In termini più espliciti e, forse, più semplici, “Episodio 3. In sette movimenti”, è un’opera che può essere considerata, per il momento, come l’ennesima tappa, forse la terza, siccome chiaramente scrivi nel titolo del libro, da quando, suppongo, di fronte all’ennesimo bivio, o trivio che sia, hai imboccato (o proseguito?) questo particolare ‘sentiero’, problematicamente praticabile. Per chi conosce, seppure poco e molto sommariamente, il tuo percorso personale, intrapreso già da qualche tempo, e vuole comprenderlo meglio senza timore di incappare in sempre possibili abbagli, si può indirizzare tranquillamente verso la nota finale del libro, quella stilata da Roberto Giardina, dal titolo: “Sinfonia di immagini e parole” in cui si riassume non certo il senso generale del tuo lavoro, ma, con illuminata ragione, la complessa semantica del tuo percorso, soprattutto, quando egli sostiene che: “...i suoi disegni non sono illustrazioni del testo ma ne fanno parte...”; e non da ora, aggiungo io. Soprattutto, ed è necessario dirlo, la magia della tua narrazione non deriva certo dalla contaminazione con il pensiero del ‘mago’ Jung (che, al più, potrebbe considerarsi appena ‘corresponsabile’) ma esclusivamente dalla tua mens poetica, dalla tua percezione estremamente aperta sul mondo che ti circonda, tutto il mondo, senza limiti, perché anche l’intero universo appare ‘caoticamente ricomposto’ nella tua semantica. Ne sono l’indiscutibile prova il rocchetto, la porta, il lago, Nam, il Mago, Apollo e Dafne, Dioniso e Pan, che, in effetti, all’interno della tua, peculiare poetica, non sono altro che semplici simboli, archetipi di un sentire molto particolare, i quali, attraverso la più intima narrazione, concorrono a dipanare non solo la tua, ma anche la nostra, coacerva matassa psicologico-culturale, movimento dopo movimento. Tutta la simbologia richiamata nel libro si riassume, in maniera quasi univoca, in quel che rappresenta il mitico Uroboro, l’animale mitologico a forma di coccodrillo o di serpente, attinente, stavolta, non più alla mitologia greca, ma a quella egizia, che rappresenta l’eternità e il cosmo assieme, il quale, mordendo la propria coda fino a formare un cerchio costituisce l’esplicitazione del tempo ciclico o, meglio ancora, dell’eterno ritorno al quale il tuo ego sembra suggerire il singolare destino. E, per entrare in maniera più precisa e decisa nel merito del tuo libro, riprendo l’avviato mio excursus con l’esprimerti, ancora una volta, la mia ammirazione per un testo davvero particolare, di cui tutte le belle immagini che lo accompagnano sono veramente parte integrante, anzi, sono parole esse stesse, tuttavia immaginate, immaginarie e immaginanti. Insomma, la cosa che mi ha più colpito, e potrebbe sembrare ovvia, è la tua bella ed erudita poetica concettuale che, a tratti, assume la forma del “flusso di coscienza”, tanto che ne risulta una litania continua nell’evocazione di quegli etimi che erompono spontanei dalla tua mente, talvolta assumendo quasi la valenza di casuali assonanze, di scarti sillabici, d’etimi concatenati, creati per amplificare il senso stesso del tuo sentire nel quale ti lasci sprofondare, trascinando con te anche il lettore. Insomma, la tua è una narrazione concettualmente poetica, trasmessa attraverso quel senso razionale e raziocinate, tuttavia emozionante e poetico, che ti caratterizza, raggiunto per canore assonanze, sfuggenti richiami lessicali, formulazioni concettuali apparentemente casuali, in cui le immagini, mischie alle parole e parole esse stesse, come già detto, contribuiscono a dilatare quegli stessi sensi, a renderli addirittura ‘concreti’ attraverso un qualsiasi riferimento, spesso marginale, che, il più delle volte serve ad indicare un cambio di direzione, un nuovo percorso mentale ed emozionale. E non è una mera sensazione che suscita, giammai univoca, ma un ammasso globulare interstellare immerso in un caos ordinato e ciclico, un linguaggio pur certamente forbito ma concentrato e concatenato che genera sempre nuove sensazioni ogni qual volta si rilegge lo stesso paragrafo, anche a distanza di pochi minuti. Ed è questa la testimonianza più chiara e tangibile del grande valore intrinseco che la tua bella opera ci dona. Infine, se, in apparenza, lo lasci soavemente sottendere, tuttavia, in realtà, espliciti chiaramente che il tuo vagabondare è un continuo e, talvolta, affannato errare per mondi e universi, i più vari, in cerca di qualcosa di cui non sai bene cosa sia ma che, almeno nel desiderio, dovrebbe essere, certamente, qualcosa di unico e fondamentale, forse, simile a quell’attesa e sospesa eternità in cui nulla finisce ma tutto si trasforma. Con la consueta ammirazione e la stessa stima di sempre. Edoardo Silvestroni