mercoledì 7 ottobre 2015

psicoanalisi - recensione del libro di chianese a cura di stefania salvadori


 
COME LE PIETRE E GLI ALBERI di Mimmo Chianese




Un ciottolo di jaspilite rossa, che risale a 3 milioni di anni fa, fu trovato nel 1925 a Makapansgat. Poco distante da lì, 50 anni dopo, hanno trovato lo scheletro di un austrolopitechus che si può supporre abbia raccolto quel ciottolo passando da un ruscello, 5 km più lontano, dove se ne trovavano altri di quel materiale. Che un ominide, che non disponeva né di tecniche né ancora di un linguaggio parlato abbia potuto stupirsi, raccogliere e portare con sé un sasso, non tanto perché bello ma perché forse gli ricordava un viso simile al suo, e magari per lavorarlo, parrebbe rivelare l'esistenza di una dimensione estetica precedente al linguaggio di parola. Immaginazione, pensiero e capacità simbolica ci portano a produrre immagini e a cercarle e in questo rimando a prendere una forma noi stessi.

Inoltre quel ciottolo appartiene a quella realtà "innegabile" a cui fa riferimento il bel titolo Come le pietre e gli alberi (versi di una poesia di Borges) – oggetti, luoghi, natura - che colpisce i nostri sensi dall'esterno, e in questo modo risveglia la nostra vita interiore, aiutandoci a evolvere.

Con questo nuovo libro Chianese vuole penetrare nella ricchezza fonda della dimensione preverbale che c'è in ognuno di noi, difficile da raggiungere, dove corpo e psiche non si distinguono; e arrivare ai fondamenti dell'estetica, intesa come una necessità esistenziale, per sostenerne la spinta. Il suo interesse infatti riguarda la cura, perché tutto ciò attraversa sotterraneamente il campo analitico. Questa via lo porta a addentrarsi nel mistero dell'arte, che non è intrattenimento ma ingrediente fondamentale della nascita della soggettività, strumento ermeneutico essenziale. Non sollecita solo la vista, coinvolge tutti i sensi, la memoria, il desiderio, e per questa via ci tocca.

1. La potenza dell'immagine.

La psicoanalisi manca di una teoria approfondita sulle immagini, mentre invece la richiede lo statuto dell’inconscio, che è non verbale e ha rapporto con la visione: il suo linguaggio è l'immagine. Chianese si chiede come avvicinare le immagini di un sogno che si scompongono, ricompongono, non temono la contraddizione, spiazzano il pensiero vigile, senza distruggerle; cosa le immagini veicolano di vitale, come ascoltare quello che l'inconscio sta comunicando con la loro creazione. Su questo tema riprende in mano Jung, scelta piuttosto rara, e la sua convinzione che il significato dell'immagine sia la sua forma. E' un simbolo pregnante, vicino all'azione, si costituisce autopoieticamente nel profondo per mediare passaggi psichici. Non si scioglie con un'interpretazione, è intraducibile nella sua complessa condensazione, non solo di conflitti e paure radicati nel passato, ma anche di tutte le energie che li combattono, le potenzialità evolutive dell'individuo, che tende per natura a realizzare la sua individuazione. L'attività onirica è una costruzione creativa come il gioco: un esercizio preliminare, una preparazione, indica un futuro ancora non visibile, che non sappiamo ancora leggere. Chianese si lascia interrogare da tutto questo, e pensa che se ci rendiamo conto dello statuto polivoco dell’immagine e della sua logica particolare, dobbiamo affrontare una svolta riguardo al modo in cui avviciniamo le immagini del sogno e il loro senso. Pensiamo per immagini, l'arte proprio a questo deve il suo potere di generare in noi un modo diverso di guardare, di immaginare, di organizzare l'esperienza. Chianese esprime il bisogno di un cambiamento profondo quando scrive: "Non credo più al potere del linguaggio… confido sul figurabile… sullo spazio analitico come un apparato per vedere... ".

E allora fa un passo indietro: come si impara a guardare? Quali sono i fondamenti della nostra dimensione estetica?

Va di nuovo a cercare l'inesauribile Winnicott, osserva come è speciale la qualità della condivisione corporea della madre nel gioco reciproco di sorrisi, vocalizzi, esagerazioni, movimenti ritmici, che regala al bambino, insieme al suo affetto, la gioia dell'essere. E' in quella condivisione e intima sintonia che si sperimenterebbero i primi momenti estetici di gioco e di piacere, che si riattivano quando scopriamo in seguito l'oggetto estetico. Chianese si sofferma a lungo su queste prime esperienze buone sensoriali della vita preverbale, dove riconosce l'indissolubile continuità tra sensi, corpo e psiche, in cui si costruiscono anche le premesse di un linguaggio simbolico fondato sull'autenticità. E questo lo fa riflettere a come dovrebbe essere lo spazio intermedio tra analista e paziente, a come trasporre questa reciprocità e scambio dove l'immagine non deve tradursi in concetto, ma dare spessore all'essere. Come analisti il nostro compito è alimentare ciò che di vivo è nell'individuo, la sua specifica diversità. Senza il sostegno di questa accettazione che nutre di fiducia la sua creatività, dice Chianese le esperienze intense e difficili del silenzio, della mancanza, del vuoto, che, sebbene disorientanti, sono però necessarie al sorgere di nuove immagini e idee personali, non sono vivibili.

2. la potenza della realtà



L'arte di guardare non è quindi un'acquisizione adulta, si impara con la madre che si immedesima nello stupore del bambino mentre scopre la realtà, quello che Chianese chiama l'incanto del mondo, e battezza così il suo senso di essere creativo. Il bambino esplora e percepisce subito fra tante cose, con la stessa intensità di sensazioni del piacere artistico, quello che lo colpisce e che lo interessa. La sua percezione è già una creazione.

E con l'arte di guardare, che comincia appunto con la scoperta-creazione degli oggetti, odori, forme, colori, e prosegue per tutta la vita con quello che ci innamora, ci emoziona della realtà, Chianese ci parla in pagine belle dell'importanza grande che ha per la nostra vita interiore l'ambiente non umano, vivente e non vivente, la relazione con gli oggetti, le case, i luoghi, la natura. I bambini manipolano le cose per pensare. E Chianese suggerisce che anche il bisogno di oggetti transizionali tra realtà e fantasia di fatto non finisca mai.

Abbiamo bisogno del contatto con le cose come abbiamo bisogno della natura, che sentiamo con tutti i sensi e a cui siamo collegati inconsciamente, che cura con la sua bellezza il nostro benessere interiore senza che ce ne rendiamo conto, e allevia i nostri dolori.

Saper guardare cogliendo il valore anche di quello che sembra qualsiasi ci aiuta a vivere. Scopo di un'analisi, secondo Chianese, è ridare forza alla dimensione estetica che tutti possediamo, alla potenza creatrice che dimora in noi, la capacità di creare con il nostro sguardo il significato del mondo. Estetica ed etica aprono entrambe ai valori e al senso.

Conclude col pensiero che la psicoanalisi è al servizio della vita, e la vita psichica è così complessa, che è necessario accogliere e riflettere le intuizioni di tutti i pensatori che contribuiscono a capirla. Aprirsi ascoltare imparare.

Stefania Salvadori

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